Fantasticherie

Il paiolo del mezzodì

Questo racconto è stato scritto per il concorso letterario LUBERG, l’associazione dei Laureati dell’Università di Bergamo. Il tema dell’ottava edizione era: COVID-19 – Perdite e opportunità.
Il racconto è stato inserito tra i menzionati nell’e-book che raccoglie i migliori scritti selezionati dalla giuria.

N.B.

Rispetto alla versione originale (limitata a 10.000 caratteri per regolamento), il testo seguente presenta alcune modifiche e aggiunte.

Ogni domenica d’inverno, il nonno si svegliava all’alba e accendeva il camino. Noi lo sapevamo perché, al nostro arrivo, il salotto era pervaso da un tepore gradevole e accogliente, che ben s’accompagnava all’odor di cenere e legna bruciata. Mentre ci stiracchiavamo e stropicciavamo gli occhi ancora appesantiti dalle nove ore di sonno, una delicata quanto calorosa fragranza inondava i nostri volti gonfi e indolenziti.
Le mattinate in cascina avevano un copione scritto e tutti noi eravamo al seguito del nonno. Tanto per cominciare, al primo strepitio del fuocherello, la colazione era bella che pronta. La nonna, infatti, per non esser da meno rispetto al marito, si levava dal letto altrettanto presto e, mentre lui raccoglieva legna e carbonella, lei da par suo s’affrettava a preparare la tavola, agghindandola a festa come fosse Natale.

Presi da questa loro liturgia, i nonni quasi non s’accorgevano del nostro destarci e seguitavano con le loro faccende, frettolosi e con lo sguardo imperturbabile di chi sa di avere molte cose da fare e poco tempo da perdere. Va da sé che, al primo rumore, vedendoci oziare come il Michelasso, si gettavano su di noi e, nel giro di qualche minuto, ci avevano già messi in riga affidando a ognuno il suo compito.
I primi “beccati” erano Alberto e Lorenzo, i miei cugini più piccoli. La nonna se li teneva stretti, perché, iperattivi com’erano, avrebbe fatto loro comodo un po’ di disciplina. Perciò, li portava con sé in sala da pranzo e là restavano fino a mezzodì.

Io, invece, ero molto più fortunato, perché dovevo aiutare il nonno a preparare la polenta taragna. Che non era solo un rituale vecchio di secoli, codificato e rispettato come nemmeno il Talmud o i sacri Veda, ma era anche e soprattutto l’occasione per chiacchierare, per ascoltare grandi storie di vita vissuta. 
Detto fuori dai denti, per me cucinare la polenta insieme a lui era un privilegio. Molto meglio che andare a scuola, a pensarci bene. Sentivo di avere sempre qualcosa da imparare: sulla nostra cucina, sulle nostre tradizioni e, soprattutto, sulla vita del nonno. Che, da parte sua, sapeva come abbellire una storia e renderla affascinante e fantasiosa, al punto da dover subire i rimproveri della nonna.

Di bugie, però, il nonno ne raccontava poche, lo capivo dal suo sguardo, che si faceva lucido ogni qual volta ritornava col pensiero agli anni della sua giovinezza. E io ero ben certo che quella patina umida e trasparente sulle sue iridi azzurre nasceva più da un’orgogliosa fierezza per le imprese compiute che da una banale nostalgia per i tempi che furono.
Un giorno, mentre puliva il mestolo, prese a raccontarmi di quando, ancora bambino, assistette a una rappresaglia fascista in seguito a un’incursione dei partigiani nei boschi sotto il monte Farno. Mi disse che un manipolo di soldati in camicia nera, furiosi per le perdite subite, passava di casa in casa in cerca dei colpevoli. Grande e difficile da descrivere era la paura di esser puniti, anche solo per un lontano sospetto. Alla fine della giornata, il rastrellamento avrebbe portato in piazza cinque partigiani, che sarebbero rimasti appesi lì per giorni, non più uomini, ma esempi.

Per nostra fortuna, suo padre Nino – il nonno-bis come lo chiamava lui – che qualche contatto sospetto ce l’aveva, era molto lontano, in un cantiere edile ai piedi del ghiacciaio dell’Adamello. Un luogo che il nonno conosceva bene, perché, appena finita la guerra, aveva iniziato a lavorare proprio lì.
Come bocia (giovane apprendista) non gli era concessa grande libertà, però, di tanto in tanto, gli piaceva avventurarsi per alcuni metri sul ghiacciaio, che allora si mostrava bianco, solido, imponente. Mi disse che furono quelle passeggiate solitarie, con i ramponi ai piedi, a condurlo verso l’alpinismo.

Non c’era giorno che non pensasse ai momenti trascorsi sulla neve, tra lasciti della Guerra Bianca e vertiginose pareti. Ogni levataccia era un ritornare a quei passi spensierati, ogni ascesa un ripercorrere istanti di attesa solitudine. Così si alzava per scalare le montagne, quelle di casa come il Pizzo Coca o la Presolana, e quelle più lontane come la Marmolada o il Cervino. Quante volte e con quale sconfinato interesse lo ascoltai narrare della sua impresa più grande e difficoltosa: la mitica parete Nord dell’Eiger!

Tutto ciò io lo udivo in un modesto lasso di tempo, durante il quale accendevamo il fuoco, preparavamo paiolo, farina e formaggio, e iniziavamo a mescolare in maniera decisa e ritmata. Quei bei momenti, ahimè, duravano sempre troppo poco e ogni santa volta mi ritrovavo, a mezzogiorno inoltrato, con  la testa ancora piena di domande. Allora, la nonna richiamava tutti all’ordine e noi ci affrettavamo per raggiungere i nostri commensali affamati.
Tornati in sala da pranzo, ognuno prendeva posto. Da lì in poi la giornata sarebbe stata poco entusiasmante, giacché non c’era molto da fare se non assecondare i miei cugini nei loro giochi infantili.

Questa routine domenicale andò avanti per anni, senza interruzioni né cambiamenti, finché, un venerdì sera, la mamma ricevette una telefonata.  
Era il medico della mutua. Aveva fatto visita al nonno quel pomeriggio e lo aveva trovato con la febbre alta e una fortissima tosse. Era gennaio inoltrato, periodo di influenze e polmoniti, per cui – ci confidò – non c’era motivo di preoccuparsi. Il nonno, dopotutto, godeva ancora di ottima salute e non metteva piede in un ospedale da più di quarant’anni.

In quei giorni, tuttavia, l’informazione locale iniziava a parlare di un numero sempre più grande di malati con sintomi influenzali particolarmente acuti e difficili da debellare. Al contempo, quasi per caso, alla tv e su Internet fece la sua comparsa un misterioso virus che imperversava nell’entroterra cinese mietendo vittime soprattutto tra i più anziani. Ma noi, che vivevamo in un paesino della Val Borlezza, non sentivamo il dovere di allarmarci. Eravamo così lontani!

Proprio a causa di questa nostra bonaria ingenuità, non andai a trovare il nonno in quei giorni. Lui stesso, infatti, m’avrebbe detto di stare a casa, ché si sentiva bene e non c’era ragione di stare in pensiero.
Dunque, nessuno all’infuori della nonna ebbe modo di stargli vicino. Va da sé che fu lei a chiamare di nuovo il dottore quando la febbre salì oltre i quaranta.
Quella notte la mamma ricevette un’altra telefonata. Il nonno era stato ricoverato in terapia intensiva. Una brutta polmonite, dicevano i dottori. Ma non era in pericolo di vita, assicuravano.
E sembrava che le cose stessero proprio così, dacché, intubato per un paio di notti, il nonno iniziò a star meglio: la febbre s’era abbassata e il livello di ossigeno nel sangue era tornato su percentuali confortanti.
Pertanto, fu trasferito in un altro reparto, insieme a pazienti con sintomi simili, e la nonna andò a trovarlo.

Fummo sul punto di salire in macchina, quando, al telefono, ci disse che i dottori non l’avevano fatta entrare e che l’unico modo per parlare col nonno, in quel momento, era telefonargli. Sembrava, infatti, che fosse stato colpito da una sindrome simile all’influenza, ma molto più intensa e contagiosa. E l’ospedale si stava velocemente riempiendo.
Gli telefonai quello stesso pomeriggio. Non sapevo quando sarebbe stato dimesso e non avevo voglia d’aspettare. La voce era quella di sempre, forte e conciliante. Non feci a tempo a chiedergli “Come stai?” che già era partito con un’altra delle sue storie.
– Te l’ho detto di quella volta che io e il nonno-bis abbiamo incontrato l’orso?
– Sì, nonno, però…
– E quella volta che, con la nonna, abbiamo visto un contadino coi piedi di capra?

Non riuscivo a contenerlo. Erano bastati due giorni di solitudine per destabilizzarlo: aveva troppe cose da raccontare e nessuno che ascoltasse. Allora lo lasciai parlare e, dieci minuti dopo, si fermò. A quel punto, si fece serio e, sospirando, disse:
– Pietro, quando non ci sarò più, dovrai prenderti cura della nonna. Aiutarla con le faccende di casa, quando potrai… E la domenica, cucinerai tu la polenta, perché lei avrà tanto da fare. È importante che tu faccia quello che ti ho insegnato…so che lo farai, ormai sei grande…

Non volevo sentirlo parlare così, perciò minimizzai dicendo che ci saremmo visti la domenica successiva e che avremmo scherzato insieme.
Il nonno, però, sembrava avere qualche presentimento. Per la prima volta, immaginai, doveva sentire il peso degli anni e, insieme, la paura di non poter reagire alle difficoltà con la stessa prontezza di quando era giovane. 

Il giorno dopo, la febbre tornò a salire e fu nuovamente portato in terapia intensiva. Vi rimase ben più di due notti.
La domenica, fummo costretti a pranzare senza di lui e io, per la prima volta, cucinai la polenta da solo. Senza i racconti del nonno, fu una noia mortale, ma per i miei cugini non cambiò molto, poiché, in tutti quegli anni, avevo memorizzato alla perfezione il metodo tradizionale, e, di conseguenza, il risultato era praticamente il medesimo.

Provammo a telefonare in ospedale quel pomeriggio, ma nessuno rispose. In quelle ore di angosciosa attesa, il silenzio tuonava in tutta la casa e, per non essere sopraffatto dal vuoto assordante, stetti con le mani sulle orecchie così a lungo che persi la cognizione del tempo.
I giorni successivi furono dominati dall’ansia e dalla preoccupazione: alla tv dicevano che il virus andava sempre più espandendosi e che i primi contagi risalivano addirittura a ottobre.
Ufficialmente, l’Italia era ancora lontana dall’emergenza, ma, in cuor mio, sentivo che la malattia del nonno non poteva essere una normale polmonite. In tutti questi anni non aveva mai avuto una linea di febbre né un accenno di raffreddore. Era sempre in salute, forte e vivace come un ragazzo di vent’anni. Solo qualcosa  di lontano, persistente e cattivo avrebbe potuto metterlo in difficoltà. Iniziai, dunque, a convincermi che il nonno avesse contratto quel misterioso virus cinese.

Poi arrivò un’altra telefonata dall’ospedale. Nelle ultime ventiquattro ore, le condizioni del nonno erano peggiorate e, in poco tempo, aveva smesso del tutto di respirare. I medici avevano fatto il possibile per rianimarlo, ma, alla fine, non c’era stato nulla da fare.
Quel giorno andammo a casa della nonna. Cercammo di confortarla e di starle vicino, ma, per quanto grande fosse il nostro dolore, avevo una strana sensazione, molto lontana dal semplice lutto. Decisi di allontanarmi qualche minuto, per non sembrare fuori luogo.

Mi sorpresi a sorridere. Ero sollevato dal pensiero che il nonno, nel profondo, già sapesse e che, durante quell’ultima telefonata, avesse deciso di lasciare a me i suoi più importanti insegnamenti. Da quel momento, avrei dovuto prendermi cura della nonna e dirigere, insieme a lei, la liturgia della domenica. Avrei dovuto portare avanti quella tradizione così densa di significati e sentimenti anche senza di lui. Mi sarei dovuto alzare presto per accendere il camino e regalare ai miei cugini quello stesso sentore di “casa” che lui offriva a tutti noi. In poche parole, avrei dovuto assumermi tutte le responsabilità dell’essere adulti.

Perciò, la domenica dopo, non pensai troppo a quello che era successo. Per colpa di un virus venuto da lontano, il dovere m’era piombato addosso come un falco pellegrino in picchiata. E ora l’unica cosa a cui potevo pensare era la voce del nonno, che mi svegliava di buon’ora e mi accompagnava, con le sue storie e le sue favolette, mentre, in piedi davanti al camino, cucinavo la polenta taragna.

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