Cultura

Dall’arte allo streaming: Tales from the loop

Il dato è sotto gli occhi di tutti: nel decennio 2010-2020, l’esplosione delle piattaforme di streaming ha di fatto reso la serie tv il format dominante nella nostra quotidiana esperienza multimediale.
Il lavoro di colossi come Netflix, Amazon, Disney, HBO e Sky ha portato non solo alla diffusione capillare di contenuti tradizionalmente di nicchia, ma anche a un innalzamento della qualità tecnica degli stessi, con un conseguente incremento in termini di prestigio agli occhi di attori, registi e spettatori.
In particolare, il mercato dei TV show (anche se oggi tale denominazione risulta piuttosto riduttiva) vive una corsa sfrenata verso la creazione di prodotti sempre nuovi e sempre più intriganti, stimolata naturalmente dalla forte concorrenza tra le grandi case di produzione. Accade così che i network si sorpassino continuamente nel rapido aggiornamento dei propri cataloghi e calibrino strategie di marketing in base al successo riscontrato dai propri prodotti. Se Netflix, ad esempio, affida buona parte delle sue aspettative agli show di punta, come Stranger Things, La Casa di Carta Dark, dall’altro lato Prime Video sembra mirare a contenuti sempre nuovi e diversificati (Carnival Row, The Boys, Fleabag, Tom Clancy’s Jack Ryan), affiancati da serie storiche riproposte in massa allo scopo di fidelizzare il pubblico dei nostalgici (Friends, Scrubs, How I Met Your Mother, The Office).

Ultimo prodotto di casa Amazon, Tales from the loop s’inserisce proprio nella strategia di produzione e commercializzazione di serie innovative sia nei contenuti sia nella struttura. Lanciato lo scorso 3 aprile, il progetto ha coinvolto alcuni volti noti del cinema e della tv, come Jonathan Pryce, Rebecca Hall, Paul Schneider e Jodie Foster (regista dell’ultimo episodio Home); e ha stupito per l’originalità della sua forma.
Se è vero che la crossmedialità e l’interconnessione di modalità espressive differenti sono tratti ricorrenti nell’estetica contemporanea, non sono molti i casi in cui un contenuto viene estratto da un’opera d’arte figurativa (in questo caso un artbook di immagini digitali) e trasformato in una serie televisiva.

Tales from the loop nasce infatti dal lavoro di Simon Stålenhag, artista e designer svedese, le cui immagini richiamano scenari neo-futuristi e fantascientifici. I paesaggi, ispirati alla malinconica natura svedese, subiscono un mutamento attraverso uno dei topoi del genere sci-fi: non il viaggio nel tempo o nello spazio, ma la costruzione di una realtà alternativa che segue una linea parallela rispetto alla nostra.
Nei disegni di Stålenhag dominano automi e macchine, attrezzature tecnologiche e strumenti, spesso in stato di abbandono: residui di uno sviluppo tecnologico che avviene per lo più sottoterra e condiziona silenziosamente la quotidianità degli abitanti. Le tavole includono sovente una natura pacifica e rigogliosa, molto lontana dalle deviazioni distopiche che vorrebbero l’ambiente soffocato dal progresso e dalla tecnica: in questo caso, invece, la natura cresce a fianco di o sulla tecnologia, come nel caso di vecchi robot in disuso, ricoperti di muschio, erba e fiori.

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© Simon Stålenhag, Tales from the loop

Ebbene, la serie di casa Amazon non fa altro che riprendere queste ambientazioni, arricchirle con una trama e con dei personaggi, e legarle con il filo della continuità tematica e della serialità. Da un lato, l’opera di Stålenhag ritorna nelle inquadrature,  specialmente nei campi lunghi che disegnano paesaggi alla maniera dell’originale, talvolta riproponendo i medesimi elementi, talaltra inserendo qualche dettaglio in più, come un bambino o un qualche animale del bosco.
Che cosa aggiunge di nuovo la serie? La trama, non particolarmente originale, racconta le vicende intrecciate di alcuni abitanti di una cittadina americana, la cui vita sociale è sostenuta da questa enorme centrale chiamata “The Loop”. L’economia locale si regge sulle attività ad essa legate, attività che non vengono mai del tutto specificate, ma che partono dallo studio di una misteriosa materia in grado di modificare le leggi della fisica. Fin qui nulla di straordinariamente innovativo, sennonché ci sono dei dettagli che rendono questa serie diversa dai soliti prodotti di fantascienza.

In primo luogo, la gestione della serialità. A differenza dei drammi a cui siamo abituati, qui la linea di continuità tra un episodio e quello successivo non è così palese. La serialità è presente – e gli effetti si vedono nel complesso – ma è come se si celasse, quasi a dare l’illusione che la storia ricominci da capo a ogni puntata e che nulla abbia effetti davvero permanenti.
In questo sottofondo, gli indizi della consequenzialità e del permanere dei rapporti di causa-effetto ci vengono forniti dall’intrecciarsi delle vicende umane: a ogni episodio i personaggi si passano il testimone e, come in una sorta di concatenamento, cambiano il proprio ruolo divenendo ora elementi secondari ora protagonisti.
Ciò nonostante, questo sconvolgimento extra-ordinario della realtà quotidiana dei protagonisti sembra facilmente auto-concludersi in 45-50 minuti di narrazione, pur conservando quei piccoli effetti collaterali che ritornano di tanto in tanto a ricordarci l’effettiva esistenza di una trama generale.

Il secondo grande fattore di novità sta nell’origine dell’evento paranormale. Lo sconvolgimento delle leggi di spazio e tempo non è dato da eventi catastrofici, come un disastro nucleare, ma da elementi residuali che vengono scoperti quasi per caso, nell’ordinario svolgimento della propria routine. Scarti di produzione o frammenti di materia, come una strana pietra fluttuante, un contenitore arrugginito, una vecchia capsula, fungono da tramite per l’apertura di possibilità solo ipotizzate, per lo scatenarsi di eventi che l’uomo comune può solamente immaginare ma che, per qualche ragione, chi lavora nel Loop sembra accettare come assoluta normalità.

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Che cosa scaturisca da questi elementi residuali è propriamente il terzo e più importante fattore di innovazione. Gli effetti del paranormale, al di là dell’aspetto fantascientifico, non sono altro che tentativi, interpretazioni, ipotesi rispetto alle grandi domande che l’uomo moderno si pone, ai grandi “se” della storia dell’umanità. La maggior parte degli episodi di Tales from the loop cerca infatti di rispondere a quesiti come “Che cosa accadrebbe se potessi incontrare il futuro me stesso?”, oppure “come sarebbe la mia vita se potessi entrare nel corpo di una persona che ammiro?”, o ancora “che cosa farei se potessi fermare il tempo congelandolo in un istante”?
In questa sua peculiarità, Tales from the loop offre sicuramente una lettura esistenzialista che in tante altre opere sci-fi manca, rinunciando al contempo alla critica sociale, alla satira, alle consuete implicazioni della distopia,  per concentrarsi sull’esperienza umana, sui grandi interrogativi e sui nostri desideri più nascosti. Senza dimenticare, naturalmente, le ripercussioni sul piano etico: per ogni sconvolgimento causato dall’irruzione del paranormale c’è sempre un rovescio della medaglia, un risvolto negativo che ti costringe a riflettere sulla futilità del desiderio stesso e a capire quanto sia preziosa la nostra esperienza così come ci è concessa. Da questo punto di vista, il messaggio che traspare in maniera nemmeno troppo velata è un invito a non dare mai per scontata la normalità e dedicare la giusta importanza a pensieri, azioni e rapporti che viviamo quotidianamente.

Difficilmente Tales from the loop passerà alla storia come prodotto rivoluzionario, ma uno spettatore attento non potrà che apprezzare la delicatezza con cui vengono intrecciate storie umane e possibilità offerte dalla tecnologia; la simmetria perfetta nella composizione di certe inquadrature che ricordano vagamente i film di Wes Anderson; la leggerezza dei toni che, pur non lesinando drammaticità, si mantengono sempre lontani dal grigiore e dalla cupezza del genere post-apocalittico.
Nel complesso, Tales from the loop è un prodotto di ottima fattura, che strizza l’occhio sia agli amanti del genere sci-fi sia al pubblico generalista, il quale potrà ritrovare nelle peripezie dei protagonisti molti dei propri interrogativi e dei propri desideri, arrivando persino a metterli in discussione.

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