Hic et Nunc

A passo leggero e in silenzio. Contro la montagna di massa

In un’intervista di qualche anno fa, contenuta nel bel libro Filosofia della montagna (Tomatis, 2005), il grande alpinista Reinhold Messner si pronunciò a favore di una riduzione dell’impatto dell’uomo sulla montagna, sostenendo, in particolare, che l’esigenza specificatamente umana del comfort non dovesse oltrepassare la soglia dei 2000 metri. Al di là di questo limite naturale, infatti, qualsiasi intervento umano, oltre che inutile, sarebbe dannoso. Questa è una posizione che Messner ha sempre sostenuto con le parole e con i fatti, e che anche di recente non ha mancato di sottolineare – ad esempio, criticando aspramente l’organizzazione di un concerto di Jovanotti ai 2275 metri del Plan di Corones in Alto Adige.

Ebbene, vorrei prendere spunto dal concetto messo in luce da Messner per approfondire la questione e meditare proprio sulle conseguenze che l’andar per montagne genere sull’ambiente. Negli ultimi anni, infatti, si è assistito a un vero e proprio boom dell’escursionismo e delle attività outdoor in quota. Vuoi per trovar rifugio dalla calura estiva che soffoca le città, vuoi per seguire semplicemente una moda passeggera, un numero crescente di persone si affretta a percorrere sentieri, affollare rifugi e bivacchi, accodarsi per raggiungere una vetta ambita. Quali che siano le ragioni di questo rinnovato amore per le altitudini, è indubbio che questo fenomeno, come tutti quelli di massa, ha i suoi lati positivi e negativi. Mi soffermerò soprattutto su questi ultimi.

Se è vero infatti che, da un lato, la predilezione per la gita in montagna può far riscoprire il piacere di un turismo a ritmo lento e di un’immersione graduale nelle bellezze naturali, dall’altro il periodico soggiornare di una massa sempre più consistente di visitatori porta con sé una serie di rischi e di conseguenze nefaste per l’ambiente. Primo fra tutti il pericolo di inquinamento, che non è mai banale sottolineare, giacché, avendo a che fare con la massa, statisticamente si incappa sempre nell’incivile o nell’ingenuo di turno che, a dispetto dei divieti a prova di idiota, crede comunque di poter fare del letto di un torrente o di un prato in fiore il proprio cestino dei rifiuti.

Parlare di inquinamento, in ambiente montano, non significa solamente condannare chi getta cartacce, plastica e lattine nei boschi o tra le rocce. Significa anche non sottovalutare l’impatto sul terreno di ciò che noi tradizionalmente consideriamo rifiuti biodegradabili: la buccia di una banana, il torsolo di una mela, un pezzettino di legno, tutto ciò che viene gettato a terra – anche quello che ci sembra naturale al 100% – entra in contatto con il terreno e impiega del tempo per decomporsi. In molti paesi è severamente proibito gettare qualsiasi tipo di rifiuti a terra, dal momento che anche il più piccolo elemento estraneo può alterare l’equilibrio biologico del suolo, provocando erosione e smottamenti. Il mantra è: portate la vostra spazzatura a valle!

Ma parlare di inquinamento ha anche un’altra valenza: vuol dire, infatti, che la presenza di gruppi numerosi di persone genera sempre un effetto acustico che modifica il normale equilibrio di certi ambienti montani. Divertirsi, giocare, chiacchierare possono essere azioni semplici e del tutto prive di conseguenze in un contesto ordinario, ma in montagna vi possono essere inaspettati risvolti negativi. Una valle glaciale, ad esempio, non è fatta per un pic-nic di famiglia, così come una radura in mezzo a una pineta si presta maggiormente a una contemplazione individuale e silenziosa. Per sconfiggere l’inquinamento tout court, non bisogna dimenticarsi dei danni provocati dal rumore: il caos spezza l’armonia naturale, spaventa le specie animali più a rischio, costringendole a spostarsi e a cercare riparo altrove.
Quando proponiamo la scampagnata in montagna, dunque, dobbiamo sempre tener presente che anche il gesto per noi più banale può generare delle conseguenze non sempre piacevoli per l’ambiente e per chi lo abita. Il silenzio è d’oro in questi casi.

C’è un ultimo volto dell’inquinamento che mi preme indagare. È un volto più nascosto, che solo pochi sembrano tenere in considerazione. Parlo della pesantezza.
Che cosa c’entra la pesantezza? Beh, molti non lo vorranno ammettere, ma essere pesanti inquina. Naturalmente, questo non ha nulla a che vedere con obesità o magrezza. Non parlo della pesantezza del corpo, ma della pesantezza del passo. Avere passo pesante non significa tanto faticare o stentare nel proprio incedere perché privi di energie. In questo caso, la pesantezza del passo ha a che vedere piuttosto con l’inconsapevolezza o – per usare una parola più forte – con l’ignoranza: quando letteralmente non si sa dove mettere i piedi, e si finisce magari per scivolare o per estendere una pozza fangosa, o, ancora peggio, per calpestare qualcosa di prezioso, come un fiore o un fungo. Camminare in questo modo è dannoso proprio come gettare rifiuti a terra, perché modifica il terreno, lo priva della sua consistenza originaria, erodendolo e smuovendolo.

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© Unsplash Images

Al contrario, il procedere leggeri è sinonimo di buon senso e conoscenza: l’escursionista esperto sa dove mettere i piedi anche senza conoscere il sentiero a memoria; l’alpinista trova l’appiglio giusto senza scaricare rocce a valle o strappare delicate radici; lo skyrunner, con il suo gesto atletico, sfiora il terreno danzando su creste e morene.
La leggerezza del passo dipende inevitabilmente dalla quantità: la via solitaria, per quanto rischiosa, è sempre quella che genera l’urto minore, ma anche l’escursione in piccoli gruppi (4-5 persone al massimo) riduce i pericoli a una dose accettabile. Quando, però, si tratta di trascinare intere carovane per sentieri e passi alpini, allora è inevitabile che i danni aumentino. E non si tratta solo di danni ambientali: in una massa tale, infatti, c’è sempre chi è poco avvezzo alle leggi della montagna, chi fatica più degli altri, chi si muove in maniera goffa e impacciata, aumentando così la possibilità che sopraggiungano incidenti anche gravi. Turisti spesso abituati a un altro tipo di divertissement, queste persone non possono aver passo leggero e non comprendono il rispetto che la montagna esige da loro.

D’altro canto, non bisogna addossare tutte le colpe a questi montanari improvvisati. La responsabilità va piuttosto attribuita a chi propone iniziative per portare folle di visitatori in alta quota, nascondendo motivazioni economiche dietro slogan pseudo-ecologisti.
La montagna, la vera montagna non è e non può essere ridotta a teatro di manifestazioni folcloristiche: la Cultura si ferma oltre una certa quota, dopodiché c’è solo il dominio della Natura. E se vogliamo entrare in questo regno originario, lo dobbiamo fare in punta di piedi, pochi per volta, perché il segreto che vi è celato non è per tutti. Un segreto che dovrebbe rimanere sotto i ghiacci perenni e che noi, invece, rischiamo di svelare, non solo a causa di anni di incurante politica industriale, ma anche per via di quella superbia e brama di dominio congenite in certi uomini che non sanno porsi limiti.

Senza addentrarsi nelle drammatiche questioni dello scioglimento dei ghiacciai e dell’estinzione di certe specie animali, resta un grande interrogativo: a che pro trasformare l’esperienza individuale, privata e silenziosa della montagna in un fenomeno di massa? Perché mai dovremmo farne uno strumento a nostro uso e consumo?
Valli, pareti, cascate di ghiaccio, ruscelli, boschi e prati fioriti, tutto questo è un dono che non ci meritiamo, perché non lo sappiamo più apprezzare.

La montagna offre a tutti l’opportunità di viverla con giudizio: dalle quote più basse ove passare un tranquillo pomeriggio con la famiglia o con i propri amici, ai rifugi sopra i 2000 metri, fino ad arrivare agli ambienti più aspri, oltre i 3000, che richiedono preparazione e sacrificio, ma anche rispetto e silenzio. Un’autentica ecologia della montagna poggia su questa scala di valori e di “competenze” e chi vi aderisce sa bene che ignorarla significherebbe non solo violare l’armonia delle leggi di natura, ma anche mettere inutilmente a repentaglio la propria vita.

2 thoughts on “A passo leggero e in silenzio. Contro la montagna di massa”

  1. Da qualche anno a questa parte, ossia da quando la montagna è diventata come Riccione d’estate, sono diventato sempre più intransigente.
    Per me, chi arriva a qualsiasi altezza con la funivia o con gli impianti, lì non dovrebbe starci. Punto. (A parte, ovviamente, quelli con delle difficoltà)
    Visto che di chiudere gli impianti non se ne parla, anzi se ne costruiscono sempre di nuovi, ho deciso di non frequentare più quei luoghi, come per esempio le dolomiti, che per il denaro stanno distruggendo e svendendo la montagna.
    Ci sono altri luoghi, per fortuna, ancora quasi immacolati…

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