Cultura

INCLUSIVITÀ E POLITICAMENTE CORRETTO: QUANDO LA NECESSITÀ SI FA MODA

Editoriale di domenica 17 ottobre 2021

Negli ultimi anni, s’è fatto e si continua a fare un gran parlare di inclusività, di politically correct, di teorie gender-friendly, tanto che non è affatto azzardato definire quest’accozzaglia di voci, polemiche, guazzabugli, diverbi, contese e disquisizioni come la vera problematica culturale di questo primo quarto di XXI secolo.

Come spesso accade con macro-tematiche che tendono a invadere più campi di discussione, il principio alla base di ogni scambio – principio sovrano e regolatore – è stato il caos.
Una confusione senza limiti ha da sempre governato l’acceso dibattito attorno all’annosa quaestio, se è vero che politica, economia, diritto, scienza, psicologia, sessualità, società, cultura, informazione, arte, sport sono stati spesso tirati in causa senza una motivazione ben precisa e con l’unico pretesto – tipicamente italiano, ma non solo – di buttarla sullo scontro ideologico.

Chi scrive non è certo immune all’italico vizio, tuttavia l’obiettivo che si propone con questo scritto è quello di accendere una flebile luce che consenta, a chi è ben disposto, di orientarsi nelle nebbie del caos e della strumentalizzazione, trovando passim un appiglio, un’indicazione o anche solo un indizio.

Ciò detto, occorre prendere le mosse dalla convinzione che l’inclusività non sia un male in sé. Quella di includere l’Altro è una necessità che muove da una spinta inconscia, prima ancora che da un’esigenza di carattere socio-economico. Per dar senso all’io – per riempire l’identità di significato, svelandone l’οὐσία[1] – è necessario che l’Altro veda questo io, lo riconosca, ne ammetta l’esistenza in questo mondo. Dacché non ci può essere soggettività che non sia in fondo inter-soggettività, io devo includere l’Altro in ogni mio gesto, in ogni mia narrazione. Non certo per mero altruismo, ma per il semplice fatto di poter dire: “Io sono”.

Partendo da qui, è chiaro che l’Altro sia di per sé veicolo di differenza, segno di una cesura, di un negativo, rispetto al positivo dell’io. Negativo in tutto e per tutto essenziale per legittimare il positivo stesso. Questa differenza è la cifra che caratterizza precisamente la socialità: ogni relazione sociale, per essere sana e autentica, deve far emergere e tutelare la differenza. Il che significa, per esempio, che sul piano economico un modello funzionante sarà quello che include tutte le categorie sociali, anche quelle più emarginate, tramite un efficiente sistema assistenzialistico basato sul concetto imprescindibile di welfare.

Sul piano psicologico, la differenza, spesso, si esplicita come deviazione rispetto al canone prestabilito della normalità. Un costrutto che ha radici culturali, più che prettamente scientifiche, e che, per questo, è spesso imperniato su classificazioni semplicistiche, se non addirittura stereotipiche.  Legati a questo deviare rispetto alla consuetudine, sono tutti i disagi derivanti dalle difficoltà di identificazione con un genere sessuale ben preciso. Problematica divenuta da tempo centrale nei cosiddetti gender studies e nelle considerazioni espresse dalle comunità LGBT.

Anche in questo caso il paradigma dell’inclusività è necessario. La società deve accogliere le istanze di chi non riesce a trovare una sua collocazione precisa negli stilemi di quella che è definita come norma (ma che in realtà è solo consuetudine), specialmente se tale disorientamento genera uno stato di cronica sofferenza o addirittura induce all’insorgere di vere e proprie patologie, come anoressia, depressione, sindrome da burnout, ecc.

Questo per dire che inclusione e correttezza sono materie delicate, serie, da trattare con il dovuto rispetto e non con la leggerezza di chi ne fa oggetto di slogan e di una retorica senza capo né coda.

A questo proposito, uno dei modi, che più conferiscono legittimità alla questione, togliendola dalla bagarre ideologica, è farne oggetto d’arte. La cultura contemporanea è piena di testimonianze e di esperienze che intendono elevare la differenza a protagonista e mettere in rilievo la voce dell’Altro quale segno intangibile e prezioso di una umanità che rifiuta l’uniformità e la standardizzazione.

L’esempio che reputo migliore ci viene fornito dalla tradizione del cantautorato italiano e, nello specifico, dalle opere di Fabrizio De André: chi conosce a fondo le sue canzoni – che recuperano il senso originario (a tratti trobadorico) di componimenti poetici musicati – sa bene che l’attenzione di Faber s’è rivolta molto spesso agli sconfitti, in una tensione autenticamente cristiana che l’ha portato senza soluzione di continuità a lodare l’afflitto, l’umile, il sofferente, il povero, l’indifeso, il reietto. C’è chi, come Andrea, ha perduto l’amore in guerra – un amore tra «figli della Luna»[2], come ebbe a dire lo stesso De André citando Platone; chi, come Prinçesa «bambola di seta», vive il dramma della transizione, spendendo una vita «a correggere la fortuna»; chi, ancora, come Bocca di Rosa, prostituta vittima dell’ipocrisia benpensante, viene cacciata dal paese che un tempo l’accolse, per la semplice colpa di aver portato «l’amore nel paese», non «per noia», non «per professione», bensì «per passione».

In De André la nobilitazione del diverso è scevra da ogni retorica, da ogni melenso richiamo alla political correctness. La sua poesia, nel mostrare e nel raccontare, fa violenza a chi ascolta, ne smuove la coscienza, induce a riflettere sulle colpe di chi ha escluso e continua a farlo. Non un “chi” astratto e generico. Ma un “chi” che si trasforma in “tu”, in “voi”, in noi. La poesia di De André è, nel suo messaggio più intimo, la richiesta di una sincera assunzione di responsabilità, che deriva dall’autentico riconoscimento di una colpa.  Del resto, come recita un verso della Canzone del maggio, «Per quanto voi vi crediate assolti / siete per sempre coinvolti».

Tramite l’arte, la rivendicazione del valore della differenza assume un significato che la eleva al di sopra di ogni banalità, sigillandola in un’esperienza destinata a perdurare nel tempo e, però, intrinsecamente legata al contesto storico-culturale in cui è stata creata.

Questo per dire che l’assurgere dell’Altro a protagonista, nel mondo dell’arte, può essere giustificato e pienamente valorizzato solo da una libera scelta dell’artista, che, in tal modo, intende dare una direzione ben precisa alla sua opera. Al contrario, non può essere giustificato a posteriori, nell’azzardo interpretativo di chi cerca a tutti i modi di vedere nell’opera qualcosa che in verità non c’è.

Ed è proprio a questo punto che il paradigma dell’inclusività, così come viene affrontato oggi, inizia a presentare qualche problema. La tendenza contemporanea, piuttosto pericolosa a dir la verità, è infatti sempre più vicina a un revisionismo de-contestualizzante macchiato di ideologia e di fedeltà a un pensiero che si pone esclusivamente come moda.

Re-interpretare un’opera trovandovi indicazioni per un’inclusività forzata è un errore grossolano dal punto di vista concettuale e una mossa intellettualmente scorretta.
Sia chiaro: un conto è offrire la rivisitazione di un’opera antica con una contestualizzazione contemporanea (mossa largamente sfruttata nell’ambito cinematografico e televisivo con remake, reboot, sequel, prequel e spin-off) – in tal caso è in primo luogo l’esigenza di verosimiglianza dell’opera che richiede l’adozione di uno sguardo contemporaneo, dunque sensibile alle problematiche che condizionano la nostra quotidianità.
Affare completamente diverso è la lettura critica di un’opera realizzata in un preciso contesto storico-culturale alla luce degli strumenti metodologici e concettuali della contemporaneità.

Fenomeni culturali di massa come il movimento Black Lives Matter, le manifestazioni delle associazioni per i diritti LGBT, il lavoro delle organizzazioni non governative con i migranti, l’operato di tutti gli enti, le associazioni e gli istituti che garantiscono assistenza a persone fragili e/o in condizioni di svantaggio economico, linguistico o sociale: tutto questo è il risultato di un processo che ha portato una sensibilità e un’attenzione alla differenza che sono tipicamente contemporanee. E che, giustamente, vengono infuse in opere che analizzano, anche in maniera coscienziosa, la contemporaneità (tra le tante serie tv meritano una menzione speciale Sex Education ed Euphoria).

Questo vuol dire che tale sensibilità, essendo frutto di un presa di coscienza dispiegatasi nel tempo, non poteva essere presente in opere realizzate in contesti letterari o artistici molto differenti da quelli contemporanei. In un romanzo di fine XIX secolo, tali problematiche sarebbero state affrontate da ben altro punto di vista e in ben altri termini. Non possiamo concepire, ad esempio, l’idiotismo del principe Myskin o la teoria degli uomini migliori alla base del delitto di Raskol’nikov se non legandoli strettamente alla vita di Dostoevskij e alle condizioni socio-economiche della Russia zarista della seconda metà dell’Ottocento.
Accusare qualche personaggio dostoevskiano di razzismo o vederci qualche nota di sessualità non binaria non avrebbe alcun senso, non solo perché la mente di Dostoevskij era concentrata su ben altri orizzonti, ma anche perché in quel preciso contesto non ci poteva essere alcuna Weltanschauung che arrivasse a esprimersi in tali termini.

Coerenza rispetto al contesto e fedeltà alla poetica dell’autore: questi sono strumenti critici che vengono insegnati alle scuole medie, ma che oggi sembrano completamente dimenticati. Basti pensare al delirio interpretativo che ha colto molti critici tolkieniani ideologizzati, i quali, confortati da un pensiero di comodo, à la mode, si sono messi a sproloquiare su un Tolkien arcobaleno, inclusivo, aperto alle rivendicazioni della contemporaneità.

Per quanto anti-moderne o per quanto lungimiranti le sue opere fossero, non è possibile slegare un autore dal periodo storico e dalla realtà socio-culturale in cui era immerso. Ogni individuo è figlio del suo tempo e questa è una legge universale a cui nessuno può scappare. Ciò non significa che un autore debba per forza rispettare i canoni della sua modernità. Essere non allineati pertiene comunque alla libera scelta di un autore. Ma anche questo non-allineamento, nelle modalità con cui viene presentato, è frutto di una collocazione in un tempo e in un luogo ben precisi.

Con questo intendo anche dire che Tolkien era sì anti-moderno e nostalgico nelle sue considerazioni intrise d’un amore pre-industriale per la natura crescens, ma era irrimediabilmente un uomo inglese cresciuto nel primo Novecento e formatosi tra le due Guerre Mondiali. Quindi, per rispondere a quei “tolkieniani progressisti” – definizione ridicola che rende evidente quanto ossimoriche siano le loro posizioni – le opere di Tolkien sono davvero inclusive, ma nel senso che l’aggettivo inclusive poteva avere nei dizionari inglesi della prima metà del XX secolo.  E, soprattutto, a partire dalla consapevolezza che, in un mondo secondario coerente e dettagliato, l’inclusività è requisito fondamentale per dar supporto all’intera realtà sub-creativa: d’altra parte, un universo, anche se di fantasia, per essere verosimile, non può non includere una certa varietà: di popoli, di tradizioni, di costumi, di filosofie, di stili di vita. Varietà che, in Tolkien, a differenza di altri autori (meno puntigliosi e perfezionisti), trova radici, ancor prima che nella differenziazione etnica, nella pluralità linguistica, a legittimare ancor più l’idea di un mondo che vive sia di grandi gesta individuali sia di piccoli movimenti e impercettibili differenze che si dispiegano nel tempo (come accade, appunto, per ogni mutamento linguistico).

Tutto questo prende forma nella mente di un autore profondamente cattolico, anti-moderno, ma figlio, come tutti, del proprio tempo. Il che ci lascia con un’ultima, semplice battuta: Lo Hobbit, Il Silmarillion, Il Signore degli Anelli e tutte le altre opere tolkieniane si presentano al lettore così come sono, perché sono state scritte con un occhio di riguardo alle tematiche più care all’autore e, di conseguenza, con un approccio terminologico e concettuale inscindibile dall’Inghilterra della prima metà del Novecento. Per questo, le sue opere, come quelle di tanti altri autori suoi contemporanei o predecessori, non possono essere lette con un occhio fisso sulla storia e l’altro perso nei problemi del nostro tempo – o, per meglio dire, nei termini e nella sensibilità con cui tali problemi si affrontano oggi.

È una questione elementare, eppur tremendamente difficile da far capire a chi, pur parlando continuamente di apertura, si mostra in realtà estremamente chiuso. Senza contesto ogni opera, ogni gesto, ogni azione si apre a qualsiasi interpretazione, di fatto perdendo di significato e di valore.
Allo stesso modo, rischia di perdere di valore una problematica seria come quella dell’inclusività, se viene slegata dai suoi ambiti di pertinenza e dai suoi linguaggi, per essere applicata indiscriminatamente ubique et semper. Allora, sotto la legge imperante della correttezza – necessità tramutatasi in moda – vediamo soccombere l’umorismo; assistiamo a licenziamenti fulminei di celebrità ree di un qualche piccato commento diffuso in rete anni addietro; osserviamo statue e altre testimonianze del nostro passato venir abbattute o sfregiate; leggiamo pamphlet di saggisti inviperiti che tacciano di razzismo autori vissuti sette secoli or sono.

Pochi esempi, ma significativi, per indicare la crescente scelleratezza di una società che, come direbbe Byung-chul Han, ha dimenticato «il profumo del tempo», e, di conseguenza, non si sente più in dovere di rispettare le autorevoli leggi della Storia.


[1] L’essenza, per Platone «ciò che realmente è».

[2] Un amore omosessuale. De André ne parla presentando il suo brano Andrea in occasione del live tour “In Teatro” (1992-1993).

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