Cultura

A filo d’acqua. Elogio di Marco Pagot, pilota

C’è qualcosa di estremamente poetico in un motore Fiat A.S.2[1] che, agitandosi, muove le lamiere di un capanno fino a farle volare via. Spunta e germoglia come una dolcezza che sonda l’anima in superficie, sfiorandola senza affondare il colpo. Lo si ritrova nella vernice rossa di un idrovolante, nell’espressione compunta di un viso stregato, in antiche promesse e ricordi troppo vivi per essere dimenticati. Ridurre tale quid poetico a mera allegoria sarebbe un errore, perché ci porterebbe pian piano a rinunciare al fragile incanto di certi momenti e di certe immagini, e a preferirvi una serie di considerazioni impertinenti figlie dell’interpretazione audace.
Mi sia concesso, dunque, di chiarire queste parole che ad alcuni potranno sembrare enigmatiche, affrontando a viso aperto il personaggio che le ha ispirate e, soprattutto, facendo cenno al mondo entro cui se ne dispiegano i riferimenti.

Siamo nel 1929. L’Italia sta vivendo la sua parentesi totalitaria con il ventennio fascista. Sopra la costa adriatica, tra le nubi e il grande blu, uno sgargiante aeroplano rosso dà la caccia ai pirati del cielo. È il gioiello di Marco Pagot, asso del volo e pilota di spicco della Regia Aeronautica Italiana durante la Prima Guerra Mondiale.
Occhiali neri e uniforme d’aviatore, Marco, fuor di allegorie mistico-religiose, è quello che si direbbe un giustiziere del cielo. A bordo del suo sfavillante biplano, egli sfreccia, disegna traiettorie sublimi, cala acrobaticamente sulle teste di delinquenti da quattro soldi, «feccia di terra e di mare», messi in ridicolo dalle imprese di un eroe tanto improbabile quanto provvidenziale.

L’eroismo, infatti, per Marco non è un astratto ideale a cui consacrarsi a cuore aperto, ma una necessità pragmatica dettata dalle contingenze: dopo la Grande Guerra, il pilota italiano mette le sue abilità al servizio della sua stessa sopravvivenza. Ed è un grande, meraviglioso accidente che queste abilità finiscano con il recare beneficio anche ad altri.
Perché Marco Pagot è un individualista un po’ scorbutico, deluso e disilluso dalla società degli uomini, dalla quale si è – più o meno volutamente – distaccato. No, Marco Pagot non è un uomo, o, per essere precisi, non lo è più. Marco Pagot, in effetti, è un maiale.

Creazione del geniale fumettista e animatore giapponese Hayao Miyazaki, Marco Pagot, soprannominato Porco Rosso, è il grande protagonista dell’omonimo film d’animazione (titolo originale Kurenai no buta) prodotto dallo Studio Ghibli e distribuito nelle sale cinematografiche nel 1992.[2]

In un significativo rovesciamento dell’allegoria orwelliana[3], Miyazaki attribuisce al nuovo aspetto di Marco – un volto di maiale, per l’appunto – il senso di una via di fuga rispetto a un’umanità corrotta e devastata dalla guerra. Quando a Porco Rosso viene data la chance di salvarsi da morte sicura, il contrappasso si realizza sotto forma di incantesimo, metamorfosi fisica a cui corrisponde la fuoriuscita dalla società degli uomini. E il viso da maiale, in questo senso, rappresenta esattamente il timbro che certifica il suo divenir estraneo a un mondo di insensate iniquità.

Dopo aver perso amici e commilitoni, Marco Pagot si rifugia in un’isoletta al largo della costa dalmata[4], dalla quale prepara le sue incursioni (ben retribuite) contro le ciurme “volanti” di pirati dell’Adriatico. Al riparo dalla minaccia della Regia Aeronautica, Porco Rosso conduce le sue imprese da eroe individualista, quasi anarchico, in una vivace tranquillità, animata da nuove sfide e resa ancor più lieta, pur non senza una leggera nota di malinconia, dalla compagnia di Gina, amica d’infanzia, tre volte sposata con aviatori e tre volte resa vedova da guerre e incidenti. L’amore che Gina riserva a Marco ha la candida sincerità della giovinezza ed è sempre tenuto in vita da una promessa che si ripete nel tempo. Come, del resto, è nel tempo che si consolida il sentimento nella sua interezza.

Conteso – ma non scisso – dall’affetto pieno di dolce ironia per la giovane Fio e l’amorosa amicizia con Gina, Marco si trova quasi spiazzato, impacciato di fronte al disvelarsi delle emozioni, e, ciò nonostante, dimostra di saper dare grande valore ai sentimenti autentici. Dal senso di giustizia all’onore, dal rifiuto per quello che J.R.R. Tolkien definirebbe «lo stupido spreco della guerra» all’adesione a un codice, per così dire, “cavalleresco” che gli impone di non uccidere i suoi nemici. Marco Pagot è un eroe a tutto tondo, suo malgrado, eppure, anche in questo mostrarsi scostante rispetto alle glorificazioni dovute, risponde tutto sommato a certi cliché di eroi moderni. Non più cavalieri gloriosi e acclamati dalla folla o potenze semidivine, ma uomini in tutto e per tutto, con le loro debolezze e i loro vizi. Tuttavia Porco Rosso non è un uomo. Anzi, si potrebbe aggiungere che è un eroe proprio perché non è un uomo. Nell’Italia del ventennio fascista, egli rivendica la sua indipendenza all’amico dell’Aeronautica che cerca di reclutarlo e lo può fare proprio perché è corpo estraneo alla realtà politico-sociale del tempo: «Piuttosto che diventare un fascista, meglio essere un maiale».

Ecco la frase più intensa di un film che non lesina citazioni memorabili. Una frase giustamente celebrata perché rivelatrice di una presa di posizione politica che non era esclusiva di Marco, ma che apparteneva anche e soprattutto a Hayao Miyazaki.
Io, però, a questa frase ho sempre preferito un’altra, se possibile ancor più vicina alla grandiosa poetica del maestro: «Un maiale che non vola è solo un maiale».

Vero e proprio leitmotiv della produzione miyazakiana, il volo è ciò che mantiene Marco in equilibrio, sospeso sul confine sottilissimo tra la dimensione bestiale, materiale, puramente istintuale, e quella dominata dai sogni, dalle complessità emotive, dalle aspirazioni di vita.
Marco Pagot è un maiale, ma non solo. L’incanto da lui subito, che sia volontaria espiazione della colpa (l’essersi reso partecipe di un massacro universale) o provvedimento di giustizia divina, lo rende paradossalmente più umano di quel che era quando non aveva un viso da maiale. E, significativamente, sarà l’incontro con Fio a restituirgli l’ultimo tassello di umanità perduta (quella fisica), nel topos tutto fiabesco di un risveglio-metamorfosi scaturito da una sincera dimostrazione d’amore.

Per concludere, l’eroismo di Porco Rosso è di un tipo particolare. Sullo sfondo di un’Italia che incanta Miyazaki per le sue bellezze e i suoi contrasti, compare un eroismo da fiaba, calato, senz’alcuna esitazione, nella realtà. Un eroismo cinico e disinteressato[5] che, però, si risolve spesso in altruismo. L’eroismo di Marco Pagot fa sognare i cuori più ardimentosi ma, al tempo stesso, mostra il lato più fragile di ogni persona quando apre la porta al rimpianto intriso di malinconia. Quel rimpianto che, a prescindere dalle epoche e dai protagonisti, genera sempre la stessa domanda: come sarebbe la vita oggi se le nostre scelte del passato fossero state diverse?


[1] Lo stesso motore con cui l’aviatore Mario de Bernardi vinse la Coppa Schneider nel 1926 (V. Arnaldi, Hayao Miyazaki. Un mondo incantato, Lit Edizioni, Roma, 2015, p. 128)

[2] In Italia, una versione doppiata del film verrà distribuita solo nel 2010.

[3] Ne La fattoria degli animali (1945) di George Orwell, i maiali incarnano allegoricamente le peggiori caratteristiche (dispotismo, violenza, sopraffazione) dell’uomo della prima metà del XX secolo (in particolare dei leader della Rivoluzione Rossa).

[4] Un luogo che, dopo diversi tentativi, è stato identificato come la baia di Stiniva sull’isola croata di Vis. Significativa è anche l’identificazione dell’isoletta che ospita l’Hotel Adriano – nel quale lavora Gina – con le due isole minori del Lago d’Iseo, l’isola di Loreto e l’isola di San Paolo.  

[5] A. Fontana, Il pacifismo utopico di Miyazaki, in. M. Boscarol, I mondi di Miyazaki. Percorsi filosofici negli universi dell’artista giapponese, Mimesis, Milano-Udine, 2018, p. 65

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