Cultura

L’importanza di essere un Tolkieniano

Mi perdonerà il grande Oscar Wilde se parafraso, fuori contesto ma non per questo a sproposito, il titolo di una sua celebre commedia (The Importance of Being Earnest, 1895). Il caso, però, è talmente spinoso e scottante da richiedere il supporto – presente sotto forma di un prestito azzardato – di personalità ben più autorevoli di quanto non lo sia il sottoscritto.

Ebbene sì, al centro della questione sta l’importanza di essere un Tolkieniano. O di chiamarsi Tolkieniano. Di definirsi come tale, insomma. Di circoscriversi entro la cerchia, non sempre invitante, di chi vuole comunicare al mondo la sua passione per le opere di J.R.R. Tolkien.


Per molti questa importanza nasce dal desiderio di sentirsi parte di qualcosa (di una comunità eterogenea di lettori nello specifico), di ritagliarsi un piccolo posto al Sole per la sua voce di lettore e, perché no, di critico. Nel suo disegno più ampio, il senso di appartenenza a una collettività risponde al più basilare bisogno umano di riconoscimento: esser vivo, esistere come soggetto significa essere riconosciuto da una comunità di altri che a loro volta sono stati riconosciuti. Io sono veramente Io solo nel momento in cui l’Altro mi riconosce come tale.

E in questo caso, l’Altro, o meglio l’Altro-collettivo, più che la moltitudine di altri, ingloba sotto la sua egida l’ennesimo Io che, nel suo piccolo, aspira a dare un contributo, a misurarsi, a trasmettere la sua travolgente passione. Perché così si manifesta, spesso e volentieri, l’amore per i lavori del Professore, alla stregua di un fiume impetuoso che tutto trascina e tutto sconvolge, lasciando dietro di sé devastazione a perdita d’occhio.

Per continuare con la metafora fluviale, va detto che ne è passata di acqua sotto i ponti da quando Alfredo Cattabiani discuteva con Edilio Rusconi del complicato progetto di pubblicare Il Signore degli Anelli, dopo che una giovanissima Vittoria Alliata di Villafranca l’aveva tradotto per Ubaldini compiendo un piccolo grande prodigio.
Questo volume colossale, estremamente anti-moderno nel gusto e nello stile (e, ciò nonostante, frutto della modernità!), arrivava in un’Italia che, grazie al miracolo economico degli anni Sessanta, aveva avuto un succulento assaggio di progresso. Quest’Italia del boom industriale, della Democrazia Cristiana e della Guerra Fredda, si presentava come un paese dominato da due religioni in aperto dissidio: quella della Croce e quella del Partito.

Tolkien fece il suo esordio in questo scenario polarizzato attorno alla contrapposizione Chiesa Cattolica – chiesa comunista. Snobbato e criticato dall’intelligencija di sinistra, finì per essere associato ai movimenti giovanili di matrice neo-fascista che se ne impadronirono proprio come avevano fatto con le opere di Ezra Pound. Nacquero così il Tolkien fascista e il Tolkien pagano. Poi, anni dopo, fu la sinistra ad accorgersi del valore del legendarium: ed ecco spuntare, come per magia, un Tolkien socialista, un Tolkien pacifista e un Tolkien ecologista. Certo, negli anni nemmeno la Chiesa è stata a guardare ed ecco che improvvisamente ci si è ricordati della fede cattolica di Tolkien e della simbologia cristiana celata nel Signore degli Anelli.
Sì, ne è passata di acqua sotto i ponti dai Campi Hobbit, dalle prime esperienze associative, dalla costituzione della Società Tolkieniana Italiana. Eppure siamo proprio sicuri che questa dualità, originaria e radicata nell’essere italiani, si sia estinta? Che l’estremismo delle posizioni si sia attenuato? Che il tentativo di “aggiudicarsi” Tolkien come fosse un dipinto messo all’asta sia stato accantonato?

Se alla prima è possibile rispondere dicendo che dalla dualità è nata, fiorita, addirittura esplosa una moltitudine di correnti, organizzazioni e gruppi dedicati al Professore; alla seconda e alla terza domanda, purtroppo, non si può dare risposta affermativa. Da un lato l’eccezionalità della ricezione di Tolkien in Italia si è mostrata come inaspettato avvio di una produzione bibliografica seconda, quantitativamente, solo a quella di lingua inglese; dall’altro ha avuto come conseguenza un continuo strascico di polemiche, anche piuttosto accese, tra studiosi e lettori di formazione e ideologia opposte.

A questo proposito, va aggiunto che, negli ultimi anni, nessun altro autore in Italia ha avuto una risonanza tale da generare una comunità di lettori così agguerrita nel tentativo di affermare quella che, a proprio dire, è l’autentica poetica di uno scrittore.
Una simile prolissità di studi, sovente accompagnata da una (non sempre) sana acredine, la si può forse trovare negli studi attorno a Dante. Ma parliamo di un autore vissuto sette secoli or sono e, soprattutto, parliamo del nostro Poeta nazionale.

Tolkien per Tolkien, nonostante Tolkien. Se dovessi scegliere uno slogan che riassuma lo scontro ideologico tra tolkieniani, userei questo. Da un lato chi vede in Tolkien un maestro indiscusso, intoccabile e insindacabile: tutto ciò che scrive è sacro, ogni sua parola va accettata come perfezione incarnatasi in verbo: Tolkien per Tolkien e per nient’altro. Dall’altro, chi invece, sentendo il frizzante formicolio del delirio ermeneutico agitarsi negli intestini, si sente libero di azzardare interpretazioni su interpretazioni, adattando quel Tolkien che dice di conoscere all’ideologia del momento. Tolkien nonostante Tolkien.

C’è il Tolkieniano rigido e intransigente che non ammette contraddizioni. C’è quello che finge di essere aperto a ogni prospettiva, ma, in realtà, è più intransigente del primo. C’è, poi, quello che di certe affermazioni di Tolkien un po’ si vergogna, quindi, be’, forse è meglio parafrasare un po’, ammorbidire, allegorizzare. C’è, infine, quello che, pur travisando palesemente e colpevolmente (perché di proposito) le intenzioni di Tolkien, cerca comunque di far passare le sue ipotesi per “considerazioni fedeli al pensiero dell’autore”.

In tutto questo come possiamo pretendere che dall’esterno gli studi tolkieniani, almeno qui in Italia, vengano presi sul serio? Che travalichino, come ci si auspica da tempo, i confini del mondo nerd e raggiungano il mondo accademico senza strane deviazioni? Allora, forse, analizzando bene la questione, le diatribe di parte servono a poco, se poi si finisce per essere ignorati o travisati come già negli anni Sessanta.

Si può essere più o meno d’accordo (e io non lo sono) con l’indirizzo attuale di una parte di studi tolkieniani, per così dire, “ufficiali” (Tolkien Society in Gran Bretagna, AIST in Italia). Si può essere più o meno rigidi nella lettura delle opere di Tolkien. Ma quello che davvero non è ammissibile è far passare per Tolkien ciò che Tolkien non è e non è mai stato.

Forse solo quando avremo tutti compreso che usare il pensiero di un autore a proprio piacimento, de-contestualizzandolo o de-strutturandolo, è una mossa intellettualmente ed eticamente scorretta, allora forse potremo rinunciare alla vis polemica del Tolkieniano e adottare il lucido e analitico distacco del Tolkienista. Solo allora gli studi di critica tolkieniana potranno ritagliarsi il posto che meritano nell’élite accademica, accanto, e non più sotto, ai grandi romanzieri del XX secolo, a Proust, a Kafka, a Joyce, a Thomas Mann. Perché è proprio al loro fianco che J.R.R. Tolkien deve stare.

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