Fantasticherie

Under my skin – Piacere proibito

Di quell’estate ricordo soprattutto il caldo asfissiante. Il sole alto nel cielo senza nuvole e l’aria irrespirabile dell’agosto lombardo rendevano le giornate monotone e faticose.  Piegati dalla calura e dall’afa, ci trascinavamo da una stanza all’altra per poi piegarci, come rami di un salice, su sedie e cuscini. Ogni tramonto era salutato con gioia vibrante, ma illusoria, poiché la sera non portava quasi mai la brezza rinfrescante che agognavamo come elemosinanti, ma solo opprimente e immota oscurità. Tra le spiacevoli conseguenze, una serie senza fine di notti insonni.

Quella stessa estate mio padre aveva cambiato la macchina aziendale. Da un bianco Fiat Scudo dell’anteguerra era passato a un modello più recente, a tre porte e verniciato d’un vivo giallo canarino. Per me, la cui sensibilità ai colori era viziata da una lieve forma di daltonismo, quel catorcio era un tremendo pugno nell’occhio. Come se l’ambiente circostante fosse una unica indefinita scala di grigi e la sola nota stonata venisse proprio da quell’insopportabile puntino giallo. Tuttavia, dove non poteva l’estetica arrivava la tecnica: con il suo ampio bagagliaio e i comodi sedili color grigio topo, l’indomito furgone affrontava lunghi viaggi e grossi carichi.

Va da sé che il suddetto furgone non si poteva certo far spaventare da un paio di valigie e un tragitto di cinquecento chilometri scarsi. Così, quell’improbabile Scudo giallo ci portò in vacanza sulla costa croata, con calma serafica e imperturbabile, ignaro che gli affanni a lui sconosciuti erano invece per noi fonte di grande sofferenza. Già, perché, tra i suoi peggior difetti, se ci dimentichiamo per un istante del colore, c’era sicuramente la mancanza di aria condizionata. E, nel pieno di un’estate torrida come quella, ciò poteva costituire un serio problema.
Abbassare il finestrino era l’unico modo di recuperare un po’ di respiro e sollievo, ma anche quella operazione, specialmente se compiuta in autostrada, poteva dare qualche noia. A conti fatti, quel viaggio fu una collezione di dolori al collo, emicranie e orecchie tappate.

Lentamente ci spostavamo da una corsia all’altra, in un lungo sentiero zigzagante dove le numerosissime automobili erano ostacoli al nostro quieto incedere. Ricordo, poi, che quella sensazione di opprimente lentezza si amplificò una volta superata la dogana slovena. Qui, infatti, ci ritrovammo imbottigliati nel traffico da bollino nero dell’estate turistica: una via crucis profana in cui ogni automobilista è vittima del suo stesso supplizio.

Allora, per ammazzare il tempo, inserii nell’autoradio una musicassetta appena acquistata. Fu un tentativo di scuotere quell’impasse che pareva non offrire alcuna via d’uscita. Sulla cassetta – reperto archeologico se paragonato alle tecnologie odierne – era inciso il secondo album della mia cantante preferita di allora, Avril Lavigne. A dire il vero, “cantante preferita” è piuttosto riduttivo. Ne ero innamorato, di quell’amore ingenuo che i ragazzini provano per i loro idoli. Un amore intriso di idolatria, dunque. E, ciò nondimeno, tutt’altro che passeggero. A distanza di quasi vent’anni, per me, ascoltare le sue canzoni, tanto i successi d’un tempo quanto le nuove uscite, resta un colpevolissimo piacere proibito.

Oggi, in quest’epoca di forestierismi gratuiti, lo si definirebbe un guilty pleasure. Un tipo particolare di piacere che si prova nel fare esperienza di contenuti ritenuti di qualità modesta, per non dire di peggio. Un guilty pleasure, se ammesso, ha una notevole potenza rivelatrice: smaschera le nostre piccole ipocrisie, come il volerci adeguare al giudizio degli altri, o il desiderio di mostrare conoscenze che non si possiedono, o ancora l’assolutamente deprecabile ambizione di atteggiarsi da intellettuali. Un passo ulteriore sarebbe ammettere che questi nostri guilty pleasure non sono affatto guilty. Che colpa ci sarebbe nell’apprezzare qualcosa che suscita in noi un sommovimento dell’animo? Non è forse questo il senso ultimo dell’arte?

La verità è che, ai tempi, ero molto più maturo di oggi, perché sostanzialmente me ne fregavo di che cosa intendessero gli esperti per buona o cattiva musica. Le canzoni di Avril Lavigne mi piacevano da matti. Erano orecchiabili, semplici, accattivanti e io mi divertivo a cantarle sotto la doccia. Quel suo secondo album, poi, Under my skin, conteneva alcune delle tracce che, col tempo, l’avrebbero consacrata come un vero e proprio fenomeno pop-rock: Don’t tell me, Nobody’s home, He wasn’t e soprattutto My happy ending.

Ma torniamo alla nostra adorabile vacanza in famiglia. Quel giorno, ascoltai l’album talmente tante volte che finii per consumare il nastro della cassetta e, insieme, i timpani dei miei poveri genitori. Fui enormemente dispiaciuto di dovere buttare via quella che per me era già diventata una reliquia, ma, grazie ai privilegi di cui solo i figli unici possono godere, riuscii a convincere i miei a fermarsi in un autogrill e ad acquistare una copia in formato cd dello stesso album. Così trascorsi i giorni successivi ad ascoltare il cd, fortunatamente senza ulteriori danni a cose (ne ebbi maggior cura) o persone (utilizzai gli auricolari).

Accadde, poi, una cosa piuttosto strana. Quasi come un naturale infondersi della musica nella vita reale, mi accorsi che ogni mia azione era accompagnata da una canzone, non diversamente da quanto succede con la colonna sonora di un film.
Mi capitava, ad esempio, di prima mattina, quando tutti e tre entravamo dal fornaio a prendere le brioche, che avremmo poi mangiato al bar – perché in Croazia i bar servono solo bevande ed è consuetudine procurarsi cibo altrove per godersi una colazione come si deve. Oppure, di pomeriggio, quando guidavamo le biciclette prese a noleggio sui sentieri che sovrastano le spiagge di pietra rovente del Quarnaro. O ancora, di sera, passeggiando sul lungomare, nella vana speranza di buttar giù qualche caloria dopo una cena a base di calamari fritti.
Tra i piccoli centri balneari di Selce e Crikvenica, con la grande isola di Krk all’orizzonte, io mi immergevo nel dolce far niente pensando a quanto lontana fosse la preoccupazione per compiti, verifiche e interrogazioni. E, mentre lo sguardo esitava sul lento ondeggiare dell’Adriatico, con le acque che riflettevano il caldo rossore del tramonto, la mia mente si riempiva di quel piacere che io sapevo proibito.

Sì, perché allora non c’era tolleranza per l’inconsueto. Specialmente a scuola. Non si poteva esser popolari se si ascoltavano canzoni come quelle di Avril Lavigne. I miei compagni, che si ritenevano così maturi da poter rinunciare ai piccoli piaceri dell’esser ragazzini (i cartoni animati, i videogiochi, i fumetti, etc.), non avrebbero mai capito il mio amore per quel tipo di musica. Se avessi rivendicato la bontà delle mie scelte, mi avrebbero preso in giro fino allo sfinimento. Insomma, bisognava ascoltare Eminem o 50 Cent per potersi guadagnare un po’ di rispetto.

Oggi è diverso. Il fenomeno nerd è esploso e la diversità di gusti in fatto di cultura popolare non è solo tollerata, ma anche incentivata. Eppure, permane, come una sorta di sostrato impercettibile, una sensazione di vergogna, quando si ascolta una canzone di un artista ritenuto di scarso valore o quando si ride con le battute dei cine-panettoni.

È forse una piccola traccia di un atteggiamento obsoleto, ossia la discriminazione sulla base di ciò che la massa indica come meritevole? Oppure è il sintomo della tendenza esattamente opposta a scardinarsi da tutto ciò che è accolto con favore dallo spettatore/ascoltatore medio?
Che sia per l’uno o per l’altro motivo, provare vergogna o addirittura senso di colpa per una preferenza, che in quanto tale resta irrimediabilmente soggettiva, è segno dell’incapacità di difendersi dalle pressioni dell’Altro, di smascherare quella prepotente ipocrisia che vorrebbe invadere ogni singolo io, di costruirsi uno spazio privato dove liberare le impressioni più disparate e affermare con orgoglio la propria soggettività.

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