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Fiabe dal mondo sotto casa: intervista all’autore

L’intervista, a cura di Apostrofi Linguistici, è stata trasmessa in diretta Facebook martedì 19 gennaio a partire dalle 20.45 (video). Per chi se la fosse persa, di seguito è riportata la trascrizione integrale dell’intervista.

Buona lettura!

1) Cominciamo dal titolo: Fiabe dal mondo sotto casa. Tu stesso hai affermato che le fiabe prendono vita esattamente lì, sotto casa, in un mondo molto vicino a noi. Leggendole, allo stesso tempo, salta all’occhio l’abbondante presenza di riferimenti a terre e culture lontane. A quale casa fa quindi riferimento il titolo del libro? O, in altri termini, cosa si intende, dal tuo punto di vista, per “casa”? 

Casa è la dimensione del quotidiano. La realtà governata dall’Abitudine, dal comfort, da tutte le piccole esigenze giornaliere. È un luogo che, purtroppo, cerchiamo di abbandonare il meno possibile, perché pensiamo che, al di fuori, ci siano troppe insicurezze e troppi rischi. Ma la verità è che, grazie all’immaginazione, si può abitare allo stesso tempo questo mondo e un mondo altro, un mondo fatto di aspirazioni, desideri, sogni nel cassetto, costellato di figure che simboleggiano le nostre più intime sensazioni, e che comunque ci tengono costantemente in contatto con la realtà. E questo mondo è, nella mia visione, il mondo sotto-casa.

2) Procediamo ora con un’altra domanda generale. Racconti che i tuoi modelli ispiratori sono stati principalmente Hayao Miyazaki e J. R. R. Tolkien: come hanno influenzato il Manuel scrittore e il suo libro?

Io sono sempre stato appassionato di film d’animazione e di mitologie. In particolar modo, penso a quei preziosi lungometraggi, che possiamo a buon diritto considerare “poesia per immagini”, firmati Studio Ghibli. Miyazaki, poi, in capolavori come La città incantata, Porco Rosso, Principessa Mononoke, ha avuto il grande merito di inserire, sullo sfondo dei suoi meravigliosi e accuratissimi disegni, intrecci e trame che non hanno nulla da invidiare alle più celebri fiabe di tradizione occidentale, mostrando al contempo la necessità di denunciare alcuni aspetti problematici della modernità (soprattutto il rapporto tra tecnologia, progresso e mondo naturale). Tema che lo avvicina facilmente a Tolkien, il quale, nel suo legendarium, ha più volte reso evidente il suo amore “per tutte le cose che crescono” e ha più volte denunciato i pericoli di una mentalità asservita all’industria e alla tecnica. A proposito di Tolkien e delle influenze che ha avuto su di me, poi, servirebbe un corso semestrale per rendere conto dell’enorme debito che ho nei suoi confronti.

3) Una grande protagonista dei tuoi racconti è la natura, luogo in cui so che anche tu ami trascorrere molto tempo, in Italia e non solo. Quale natura viene evocata nel tuo libro? Di quali paesaggi si può trovare l’eco nelle tue fiabe?

Sì, la natura ha un ruolo attivo, vivace, in definitiva fondamentale in gran parte dei racconti. È una natura dotata di una sua fisionomia, completa e sfaccettata come fosse un solo grande organismo vivente, ma estremamente variegato al suo interno. Si passa dalle amenità collinari all’oscurità di una foresta tenebrosa, da un folto castagneto disegnato a mo’ di labirinto a lande verdi e concilianti. Sono paesaggi che cambiano non solo d’aspetto, ma mutano anche di significato, dando ulteriore pathos all’intreccio. Soprattutto in quei racconti dove il pericolo di smarrirsi è direttamente correlato all’aspetto del paesaggio. Smarrimento fisico, ma soprattutto conoscitivo. E in quest’ultimo caso i modelli di riferimento nascono direttamente da esperienze di lettura o di viaggio; parlo, nello specifico, della tristemente popolare “foresta dei suicidi”, Jukai o Aokigahara, ai piedi del monte Fujii, e della Redwoods Forest di Rotorua, nel cuore dell’ isola nord della Nuova Zelanda.

4) Entriamo ora nel merito di alcuni racconti dove possiamo trovare riferimenti linguistici e culturali interessanti. In Ayda e il ponte di Kauta troviamo echi di finlandese. Come ti sei avvicinato a questa lingua e perché l’hai scelta per questo racconto?

Mi ci sono avvicinato soprattutto per un desiderio di emulazione. Sapevo che Tolkien, nel corso della sua ricerca filologica e mitopoietica, s’era approcciato a questo idioma, salvo poi ammettere di non essere in grado di apprenderlo con efficacia. Il suo obiettivo era riuscire a leggere, in lingua originale, il Kalevala, che è il corpus di miti alla base del folclore finnico. Un corpus a cui egli attinse a piene mani, trovando l’ispirazione per storie come quella dei figli di Hurin, per i personaggi di Turin Turambar e Niniel.  
La lingua finlandese affascina proprio perché estremamente complessa (15 casi e un numero spropositato di suffissi) e lontana dalla nostra. È una lingua agglutinante e appartiene alla famiglia delle lingue ugro-finniche, perciò, in Europa, ha lontane parentele solo con l’ungherese e l’estone. Mentre sono più numerose le similarità con le lingue uraliche (ad es. la lingua sami, cioè il lappone).
La scelta di questa lingua e l’applicazione al racconto di Ayda sono dovute al fatto che quel racconto deve spiegare e giustificare il setting di tutta la raccolta, perciò, nell’ottica di costruire una piccola mitologia, deve avere delle basi linguistiche ben precise, poiché, come ricorda Tolkien, mitologia e linguaggio sono strettamente correlati. E, nella mia visione, il mondo sotto-casa, pur essendo vicino alla realtà quotidiana, rimanda ad atmosfere lontane, caratterizzate da scenari vasti e incontrastati, tanto più affascinanti quanto più distanti dai nostri orizzonti e dalle nostre abitudini.

5) Sempre in Ayda e il ponte di Kauta c’è un tema molto interessante: la conoscenza di qualcosa di proibito (con intervento di animale istigatore) che ricorda anche un po’ la vicenda biblica di Adamo ed Eva. Ti va di parlarcene un po’?

La presenza di un elemento che simboleggia, almeno parzialmente, la tentazione è sicuramente il trait d’union tra questo racconto e l’idea archetipica del peccato originale. Ma, in questo caso, la “donnola”, che in apparenza svolge un po’ la stessa funzione del serpente, opera in un duplice senso: da un lato funge da stimolo per la curiosità di Ayda (che è un suo tratto innato, e non inculcato dall’esterno), dall’altro cerca, anche se in maniera non troppo convinta, di porre un freno alla sua sete di conoscenza, di riportare la protagonista alla ragione, al senso ultimo della sua missione. Da un certo punto di vista, potremmo dire che la donnola svolge sia il ruolo del serpente nel libro della Genesi sia il ruolo del grillo parlante nel “Pinocchio” di Collodi, se la intendiamo dunque come un chiaro esplicitarsi della voce della coscienza.

6) Intervista a Babbo Natale è un racconto che, come dice il titolo, è narrato in forma di intervista. Qui Babbo Natale parla di sé, e viene presentato come “l’incarnazione di un desiderio”. Potrebbe sembrare che il desiderio sia quello di ricevere da lui i doni sperati, ma è davvero così?

Su di un piano superficiale (che non significa “banale”), potremmo dire così. Il bambino desidera il Natale perché sa che avrà l’occasione di aprire un dono e quindi di essere felice. Addentrandoci in una lettura un po’ più profonda, invece, il desiderio di cui parlo rimanda all’umana necessità di riconciliazione. Riconciliarsi con sé stessi, con i propri obiettivi e preoccupazioni, ma anche riconciliarsi con l’altro. Accettarlo, riconoscerlo, capirlo. E, come detto da Babbo Natale nell’intervista, la parola chiave del momento natalizio è “mescolanza”. Che non è omogeneizzazione né standardizzazione, ma valorizzazione delle peculiarità sotto la bandiera di un’esperienza comune.

7) Ancora Intervista a Babbo Natale. Anche se sappiamo che la leggenda di Babbo Natale ha origini ben più antiche, quanto del tuo Babbo Natale ha in comune, soprattutto nel carattere, con quello descritto da Clement Clark Moore nella sua poesia “The night before Christmas”, la prima opera che ha attribuito al tanto amato distributore di doni molte delle caratteristiche che ancora oggi gli riconosciamo?

L’iconografia classica che vuole Babbo Natale come un vecchio dalla barba folta e bianca, vestito d’un cappotto rosso e dotato d’uno stuolo di renne al suo servizio, è sicuramente il modello che conosciamo meglio. E, naturalmente, anche il riferimento principale per questa intervista. A livello di carattere, questo Babbo Natale, forse, è un personaggio più “maturo”, perlomeno nella capacità di introspezione e di valutazione del suo stesso ruolo. Lui è perfettamente consapevole, dall’alto della sua esperienza, di ciò che rappresenta per il mondo, nonostante non sappia attribuire un significato preciso al Natale. Si affida all’istinto, allo spirito che lo guida, e, ciò nonostante, è un Babbo Natale riflessivo, meditativo, che non rinuncia alla volontà di regalare speranza e sollievo.

8) Cambiamo ora ambientazione e narrazione e parliamo un po’ di Il principe e il demone, fiaba in cui risuonano richiami all’antico irlandese e gaelico. Qui hai fatto un lavoro notevole di creazione di nomi che hanno assonanza con la lingua gaelica. Ti va di citarne alcuni e spiegarne il significato?

Sì, Il principe e il demone è l’unico racconto che esplicitamente si rifà alla mitologia celtica. E, per questo motivo – per dar fondamento e sostanza al mito raccontato -, avevo bisogno di rievocare l’antico idioma in cui queste leggende furono narrate per la prima volta. Per la creazione dei nomi, poi, sono partito dall’assonanza fonetica con i nomi degli eroi e delle divinità del pantheon celtico, prendendo anche a riferimento le storie raccolte da Peter B. Ellis nel suo volume dedicato proprio a questo corpus mitologico così ricco e affascinante.
Se posso fare un paio d’esempi, i riferimenti più espliciti sono Inésfal, la terra dove prende luogo il racconto, che deriva da Inis Fail, antico nome della terra d’Irlanda (Inis significa isola e Fail ha un gran numero di significati tra cui “barriera, recinzione” ma anche “re, sovrano”; anche se trovo ben più interessante il rimando a Lia Fail, la pietra sacra dove, secondo la tradizione, venivano incoronati gli antichi re d’Irlanda). O ancora il mitico eroe Leigh Grondel, che funge da ispirazione per i protagonisti, deve il suo nome a una delle più famose divinità celtiche, Lugh Lamfàda, eroe guerriero, il cui nome nel tempo ha subito una trasformazione, fino a diventare “leprechaun” (leprecauno, che nel folclore indica una sorta di folletto).

9) Il tema de Il principe e il demone è la perdita del padre a seguito dell’azione di una creatura malvagia e la successiva vendetta del figlio. Qui, gli elementi naturali (l’albero, lo stallone) sono determinanti perché il figlio del re, Elgereth, riesca a vendicare il padre.  Descrivi i momenti di intervento degli elementi naturali come una sensazione di tepore percepita da Elgereth. Oltre a questo, a inizio racconto il re e suo figlio sono descritti come acuti osservatori dei fenomeni naturali e uomini devoti e rispettosi. Torna quindi il tema della natura, come luogo che offre riparo, che riscalda, che aiuta a trovare le risposte. Al di là delle ispirazioni letterarie e culturali, quanto la natura è questo anche per te?

Per me la natura è più di un semplice riparo dagli affanni quotidiani. Oltre ad essere l’habitat ideale dell’uomo, la natura ci offre l’unica vera occasione per vivere intensamente. Nelle mie passeggiate e nelle mie escursioni in montagna, io non cerco sempre la natura aspra, deserta e inospitale, ché non è fatta per essere calpestata dall’uomo. Io comprendo i miei limiti e, anche nel raggiungere certe vette, cerco di rispettare in tutto e per tutto la natura e le sue leggi. Perché, sotto il suo tetto, è Lei che comanda e che al contempo ci fornisce le linee guida fondamentali per indirizzare il nostro comportamento. Credo che l’addentrarsi nella natura in solitudine e con piena tranquillità d’animo, rispettandone i vincoli, sia una dell’esperienze più preziose per l’uomo, se non la più preziosa.

10) In Sogni di polvere troviamo l’influenza del greco antico. Ti va di parlarci di Eleute, del sovrano Eimi e del tema che percorre tutto il racconto, ovvero i sogni?

L’intero racconto, oltre ad avere chiari riferimenti linguistici al greco antico (eleute viene da eleutherìa, “libertà”, eimi è il verbo essere coniugato al presente e alla prima persona, “io sono”), è pervaso di un’atmosfera pseudo-ellenica, che rimanda a una parte fondamentale della nostra storia e della mitologia ad essa intrecciata. La particolarità di questo racconto è che i toni, per così dire, dark della vicenda ci suggeriscono che la Grecia a cui mi sono ispirato non è quella civiltà splendente, luminosa, solida che ha raggiunto il suo apice nel V sec., epoca della democrazia, di statisti, oratori, e soprattutto di grandi filosofi. Ma è una Grecia più instabile e controversa, che ci ricorda come la brama di potere e la malvagità che porta con sé siano sempre dietro l’angolo. E in questo, sicuramente, ricorda molto di più il periodo dei Trenta Tiranni o della dominazione macedone. Il sogno, poi, lontano dall’essere, come dovrebbe, occasione di evasione dall’istanza di dominio, è propriamente il focus tematico del racconto, nel suo rappresentare l’oggetto di desiderio del protagonista. Idealmente, questo doveva essere il primo racconto di una trilogia interamente dedicata al sogno. L’ouverture di una raccolta che avrebbe declinato le diverse caratteristiche dell’esperienza onirica, riservando anche un piccolo spazio a elementi tratti dalla tradizione psicoanalitica. Ma poi ho deciso di prendere un’altra strada…

11) C’è un passaggio in Sogni di polvere in cui scrivi che le persone che si intrattenevano più a lungo col sovrano Eimi a parlare dei loro sogni erano gli studenti e gli anziani. Perché proprio loro?

Perché sono le uniche persone disposte ad ascoltare. Gli studenti perché hanno fame di conoscenza e sanno di averne bisogno per poter crescere, maturare, diventare uomini e assicurarsi un futuro. Gli anziani perché hanno la chance di ritrovarsi, di confrontare le proprie esperienze con quelle altrui e, perché no, di dare consigli, avvertimenti o indicazioni.

12) Acqualunga e il fabbricante di penne è, nei nomi e nei personaggi, un omaggio alla letteratura: il già citato Tolkien, ma anche Proust. Ti va di dirci qualcosa in merito?        

Beh, probabilmente è il più “autobiografico” dei racconti. Se non nell’intreccio, sicuramente nel messaggio. L’idea di base, per l’appunto, è ribadire l’importanza della scrittura, in quanto mezzo espressivo che trova tutta la sua raison d’etre nella lentezza e nella riflessione. La delicatezza della parola scritta fa da sfondo a tutto il racconto, ne diviene a un certo punto assoluta protagonista, richiamando nei nomi proprio l’eco di influenze letterarie a me particolarmente care. Come detto, Tolkien da un lato (Acqualunga è un derivato dal quenya Alqualonde, la città degli Elfi Teleri in Valinor), Marcel Proust dall’altro (nel nome Aghermanti c’è un calco dal francese Guermantes, la famiglia aristocratica, simbolo di eleganza e raffinatezza nella Recherche). Allo stesso modo, partendo dai nomi, ho cercato di nobilitare nuovamente la scrittura, dandole efficacia e importanza materiale, oltre che concettuale. La scelta di questi due autori non è casuale. Entrambi, infatti, sono maestri che hanno saputo elevare la scrittura in prosa a nuove vette di raffinatezza stilistica, di delicatesse ed eleganza.

13) Restiamo su Acqualunga e il fabbricante di penne: il protagonista, Amadio Serbanti, è colui che contrappone alla legge del mercato (rapidità ed efficienza sopra tutto) la profondità della scrittura, e lo fa creando penne e altri strumenti per scrittori. Nessuno, eccetto gli studenti, sembra curarsi dei suoi prodotti, anzi viene considerato da tutti un po’ burbero, fintanto che il piccolo Filippo, con una furba e istintiva mossa di marketing, attira l’attenzione dei compaesani sulla bottega di Serbanti. Come un piccolo miracolo, tutto il paese è ora interessato alla scrittura. Nella tua esperienza di scrittore e insegnante, come si possono appassionare le persone alla profondità della parola scritta?   

Io sono convinto che basti poco per accendere la fiamma dell’interesse e dell’immedesimazione nel pubblico. Non c’è alcun bisogno di scendere a compromessi con la moda del momento. Non dobbiamo commettere l’errore di asservire la scrittura al marketing, finendo per ridurla a mero strumento di fascinazione. Restando fedeli alla propria poetica, si può esprimere il proprio stile mantenendosi sinceri e trasparenti nei confronti, prima di tutto, di se stessi. L’autenticità dello scrivere è l’elemento più importante per uno scrittore. Se il suo stile è autentico (perché è un fatto di stile, e non di contenuto, che invece può essere più o meno verosimile), allora il lettore può percepire l’esistenza di un filo diretto che lo lega direttamente alla coscienza e alla sensibilità  dell’autore. Di conseguenza, s’immedesima in ciò che legge, prova interesse, si appassiona, si diverte e si commuove, e, quando giunge all’ultima pagina, vuole saperne di più. E cerca, tra le pagine o sulla rete, qualcosa che possa soddisfare la sua sete di conoscenza. Allora, solo allora, la missione dell’opera può dirsi compiuta e l’autore può godersi il meritato riconoscimento.

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