Fantasticherie

Io, punk

Tutto ebbe inizio nel parchetto del paese.
A quei tempi, quando si voleva andare a caccia di ragazze, la cosa migliore da fare era passare al mercato e girare tra le bancarelle aguzzando la vista. Ora che è tutto un po’ diverso, sembra strano a dirsi, eppure di gente della nostra età ne girava e noi, in una certa misura, sapevamo divertirci. Ciò non toglie, comunque, che alla fine delle nostre lunghe incursioni finissimo sempre, con le pive nel sacco, al parchetto.

Lì c’era un tavolo di legno, vecchio e logoro. Quattro piastre di metallo lo inchiodavano al terreno, ma ogni volta che mettevamo le mani iniziava comunque a traballare.
La cosa più interessante di quel tavolo, al di là delle foglie secche e dei mozziconi di sigaretta, erano le scritte fatte con i pennarelli o con il bianchetto. Ce n’erano così tante che, guardandolo da lontano, il tavolo pareva un quadro di Pollock. Dediche tra fidanzatini, simboli politici, ingiurie, semplici testimonianze del proprio passaggio: tante storie, più o meno divertenti, erano abbozzate su quel tavolo.

Ricordo che, un giorno, mi soffermai su una scritta in particolare. Diceva: “Persiana Jones”. Ne rimasi colpito.
Quando la lessi agli amici, non potemmo fare a meno di ridere. Tutti noi pensavamo fosse un errore, una storpiatura che intendeva fare il verso al nome del più famoso avventuriero della storia del cinema: Indiana Jones (mio idolo personale in quel periodo, fra le altre cose). Una volta tornato a casa, però, mi misi a fare qualche ricerca e scoprii che quello non era un errore, bensì il nome di una band. Un gruppo ska-punk formatosi alla fine degli anni Ottanta nel torinese. Fui invaso dalla curiosità. Aprii eMule e scaricai una canzone, così per prova. La canzone si chiamava Tremarella ed era una cover ska di un pezzo di Edoardo Vianello del 1964.

Era una canzoncina da spiaggia, vecchia quanto mio padre, ma quei ritmi veloci e irresistibili, quegli ottoni che si legavano perfettamente alla distorsione delle chitarre mi catturarono. Da allora feci passare altri pezzi dei Persiana Jones e arrivai ad ascoltare l’album Puerto Hurraco (1999) decine di volte. Fu l’inizio della mia storia con il punk.

Avevo sedici anni. E tutto l’entusiasmo del ragazzino che scopre una vera passione.
Nel giro di poco iniziai a frequentare un corso di chitarra e, soprattutto, mi gettai in un tour senza fine della scena italiana (Punkreas, Pornoriviste, Peter Punk, Moravagine, Los Fastidios, Succo Marcio, Vallanzaska, Matrioska, ecc.) e internazionale (Ramones, Rancid, Ska-P, Green Day, Bad Religion, NOFX, ecc.), arrivando a supplicare i miei genitori perché mi scorrazzassero da un concerto all’altro.

Naturalmente tutti i concerti a cui presi parte erano piccoli eventi, spesso gratuiti e coincidenti con feste di paese. Ne ricordo un paio con grande nostalgia: un live dei Punkreas al Lazzaretto di Bergamo e uno dei Los Fastidios a Bienno, in Val Camonica. Quello che accomunava tali eventi, al di là del perenne odore di erba che ti stordiva anche se non fumavi, era lo spettacolo che si creava grazie al pubblico. Qualcosa di più di un semplice “ascolto attivo”.
In quegli anni, non c’erano smartphone con fotocamere ad altissima risoluzione, ma spalle larghe e lividi sul corpo. Quando partiva il pogo, aspettavi sempre con ansia il momento giusto per entrare, sapendo che, nella migliore delle ipotesi, ne saresti uscito sudato e un po’ confuso.

Ebbi la fortuna di condividere la passione per quel genere con gli amici di allora – che poi, diversamente dalla musica, sono rimasti -, e quando si andava ai concerti lo si faceva tutti assieme, sperando di trovare il miglior compromesso con le nostre famiglie per quanto riguardava l’orario di rientro.  Era tutto molto improvvisato ed era bello così.

Poi arrivò il momento di comprare la prima chitarra elettrica. Una Ibanez nera con le corde montate al contrario, non perché avessi il desiderio di emulare Jimi Hendrix, ma perché non avevo voglia di aspettare che ne arrivasse una per mancini. Erano le vacanze di Natale e dovevo sfruttare il momento.

Poi arrivò il primo amplificatore (quasi un giocattolo), seguito a breve distanza dal secondo, un bel Marshall da 50 watt che possiedo tuttora, e dai primi pedali per gli effetti. Qualche tempo dopo comprai altre due chitarre, questa volta mancine: una modello SG (stile Angus Young) e una Les Paul. La prima la abbandonai quasi subito, invece la seconda allieta ancora i miei momenti di solitudine.

Mentre approfondivo la mia conoscenza musicale ed estendevo il mio gusto ad altri generi e sottogeneri (hardcore punk, metalcore, post-hardcore, power metal, ma anche hard rock e blues), iniziai a suonare con gli amici. Dapprima in un gruppo che di punk non aveva nulla, poi in uno che perlomeno ci provava, e se non ci riusciva, pazienza. Passai i miei anni migliori, come pseudo-musicista, in quest’ultima band. Arrivammo a fare una marea di concerti, a incidere due dischi, e persino a suonare in Spagna, in un paesino nei pressi di Saragozza. Fu una serata disastrosa, ma a noi non interessava. Primo, perché la meta era già stata raggiunta. Secondo, perché fare schifo per un gruppo punk è sempre una valida opzione.

Alla fine, dove non poté l’impossibilità di avere successo, arrivò la vita. Università, lavoro e famiglia separarono le nostre strade, ma la passione per quella musica rimaneva in tutti noi, così come l’amicizia.

Io, per un po’ di tempo, continuai ad ascoltare punk e ska, pur lasciandomi coinvolgere da altri generi, forse più maturi, sicuramente più validi in fatto di tecnica musicale. E, ogni tanto, se capitava l’occasione, non mi dispiaceva assistere a qualche concerto.  Anche questa abitudine, però, trovò la sua naturale conclusione.

La mia storia con il punk, infatti, si sarebbe conclusa nel giro di pochi anni.
Il cerchio si aprì con i Persiana Jones e si chiuse con i Persiana Jones. L’occasione fu un live alla festa della birra di San Paolo d’Argon. Nonostante fossi già indirizzato su altre strade, ero entusiasta. Non li avevo mai visti dal vivo e avevo una voglia matta di ballare sulle note di Tremarella. Sentivo una pioggia di ricordi farsi sempre più vicina. Il problema era che, a farsi bagnare da quella pioggia, eravamo io, i miei amici e pochi altri. Sotto il palco non c’era praticamente nessuno. La band si esibì, ma lo fece per un pugno di spettatori. A cantare “Un’altra volta no”, uno dei miei pezzi preferiti, ero solo.

In quel momento capii che la nostra non era più l’epoca del punk. Che il motto Punk’s not dead per noi non valeva più. Così smisi di andare ai concerti (fatta eccezione per un paio di rapide comparsate alla popolare festa della Birra di Trescore) e ascoltai sempre meno ska e punk.

Questo genere, che era stato protesta, voglia di libertà, lotta contro l’odio e l’intolleranza, in men che non si dica s’era trasformato in mera nostalgia. Era diventato una morbida nuvola nella quale sprofondare per dimenticare il tempo che passa e tornare direttamente ai giorni in cui, cantando Che velocità dei Matrioska, chiedevi alla compagna che ti piaceva: “Dimmi cosa c’è da fare per domani. Un’interrogazione, un altro compito, dai dettami questa versione!”.

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