Cultura

How I Met Your Mother e l’arte di superare la commedia

E questa, ragazzi, è la storia di come una serie tv ha cambiato la mia vita.
Ok, forse c’era un modo più originale per iniziare, ma la tentazione di riprodurre quella voce fuori campo, che accompagnava l’inizio di ogni puntata, era troppo forte.
Ebbene sì, giunto per la quarta volta alla fine dell’ultima stagione, mi sono finalmente deciso a dedicare due parole alla sit-com che più mi è rimasta nel cuore.
Parlo, naturalmente, di How I Met Your Mother, show televisivo americano che è andato in onda dal 2005 al 2014 per un totale di nove stagioni e ben 208 episodi. In Italia, grazie a Mediaset, la serie s’è affacciata al grande pubblico con il titolo di E alla fine arriva mamma…, qualcosa che fa pensare più a una commediola sentimentale inzuccherata che non a una sit-com dalla meravigliosa complessità.

Certo, quello che How I Met Your Mother propone allo spettatore non è proprio nuovo di zecca. Diciamo che il debito nei confronti del capostipite Friends è piuttosto evidente, tanto negli schemi narrativi quanto nelle ambientazioni, nel dispiegamento dei caratteri e nelle soluzioni comiche. Dovremo, per questo, privare la nostra serie di qualsiasi segno di originalità? Certamente no, giacché quello in cui si mostra davvero innovativa è l’inserimento di elementi di dramma – anche piuttosto pesanti e difficili da metabolizzare per uno spettatore abituato alla leggerezza della risata – negli stilemi della sit-com.

How I Met Your Mother è una commedia situazionale con tutti i crismi – risate finte e pessimi green screen compresi -, ma i limiti del genere sono superati ogni qual volta il tono e il ritmo cambiano a favore di una drammatizzazione dei contenuti nell’intreccio. Con i protagonisti di How I Met Your Mother si ride molto, è vero: si ride di battute semplici, mai eccessive, si ride dell’ingenuità di certi comportamenti o dell’assurdità di particolari avvenimenti. La risata nasce spontaneamente sin dai primi episodi e si mantiene limpida per l’intero corso della narrazione. Eppure, questa stessa risata, così facile e così immediata, rivela sempre un suo contrappasso: in ogni episodio, il dramma è dietro l’angolo. Come nel finale dell’episodio La danza della pioggia (1×22): dapprima esultiamo per il successo del protagonista, Ted Mosby, che è riuscito a conquistare l’amore di Robin con un’improbabilissima danza della pioggia, ma poi la gioia viene spezzata quando lo stesso Ted incontra sull’uscio di casa Marshall, l’amico di una vita, che è appena stato lasciato da Lily, la sua storica fidanzata, a soli due mesi dal matrimonio.

Un esempio ancora più forte si ha nel cuore della sesta stagione. Con l’episodio Pessime Notizie (6×13) lo show raggiunge il suo apice drammatico: Marshall esce dal MacLaren’s rincuorato dalla notizia di non aver alcun problema di fertilità e incappa in Lily, intenzionato a recare la buona nuova. Ma prima di esultare per la ritrovata felicità, veniamo ancora una volta stravolti da una tragedia: Marvin Eriksen, il padre di Marshall, ha avuto un infarto e non ce l’ha fatta. E l’ultima battuta dell’episodio – quel “Non sono pronto per questo” singhiozzato da Marshall – è un pugno che arriva dritto allo stomaco dello spettatore. Sono parole che sfondano la parete della finzione televisiva e irrompono nella realtà: nessuno può mai dirsi pronto a una perdita tanto grave. Né da bambino, né da ragazzo, né tanto meno da adulto.

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E questi sono solo due degli esempi di come la serie sappia rappresentare la complessità della vita in ogni sua sfaccettatura: dalla serata più leggendaria alla perdita più insopportabile. Se ridiamo vedendo Ted picchiato da una capra, ci scopriamo vulnerabili ed empatici quando Robin scopre di non poter avere figli. Se ci sorprendiamo di fronte alle geniali trovate di Barney, ugualmente ci sentiamo avviliti nel vedere Ted al MacLaren’s, seduto al solito posto, completamente solo e perso nella nostalgia del ricordo.

Sia chiaro, non è solo questione di equilibrio tra commedia e tragedia. C’è molto di più in questa serie: ci sono tanti spazi di riflessione e di introspezione, ci sono altrettanti momenti in cui si cerca di interpretare le scelte dei personaggi e di indovinare dove queste vadano a parare ai fini della trama. La complessità dell’intreccio si rispecchia nella ricchezza psicologica dei protagonisti: se, da un lato, è vero che i caratteri possono essere ricondotti a tipi ben definiti – il playboy, la coppia sposata, la donna in carriera, il nerd sognatore -, dall’altro non c’è dubbio che le loro vicissitudini conducano questi personaggi lungo una linea evolutiva tutt’altro che regolare.

Pensiamo al personaggio che sembra cambiare più di tutti nella nona stagione: Barney Stinson. Il playboy dalle trovate geniali e dalle frasi accattivanti che, dopo anni di one night stand e relazioni superficiali, scopre di avere un animo spezzato e cerca di ricomporne i pezzi rifugiandosi nell’amore per Robin.  Un cambiamento che sembra definitivo e, in un certo senso, catartico, ma che, nel controverso finale, si rivela caduco e illusorio, suggerendo l’idea che, in fondo, snaturare il proprio io in funzione di qualcun altro non è mai realmente possibile.

E così, anni dopo, si ritorna ad avere il solito Barney playboy, ma con una grande differenza: i pezzi del proprio animo vengono ricomposti dall’amore per la figlia appena nata, Ellie. Segno che, nel grande mosaico del personaggio, una piccola tessera è stata rimossa e al suo posto ne è stata inserita un’altra tutta nuova.

Il personaggio di Barney ci consente di arrivare in punta di piedi al momento più contestato della serie: il doppio episodio Amici per sempre (9×23, 9×24). Ed è con lo sguardo nostalgico e idealista di Ted Mosby che ci addentriamo in questo controverso finale. Sì, perché Ted – per quanto spesso sovrastato da Barney nel ruolo di star comica dello show – è in tutto e per tutto il protagonista della serie: non solo e non tanto perché sono suoi il punto di vista e la voce narrante, quanto perché lo spettatore si sente naturalmente coinvolto in tutte le sue aspirazioni e in tutti i suoi desideri.

Ted è uno dei tanti inguaribili romantici della storia delle serie tv e del cinema e in questo le sue vicende non ci dicono nulla di nuovo. Quello che però stupisce davvero è come, tra alti e bassi, il personaggio non sembri mai perdere la bussola: pur arrivando a mettere in discussione la validità di certi “segnali” dell’Universo, egli non può far altro che ricorrere continuamente a dei simboli per soddisfare i suoi desideri. Il corno blu francese, l’ombrello giallo, gli scarponi da cowboy sono feticci che richiamano un’ossessione: la necessità di sentirsi parte di un canovaccio che, prima o poi, lo porterà a trovare il suo vero amore.

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E il finale realizza, nella maniera più diretta e traumatica, ciò che la serie ha sempre comunicato e trasmesso: l’esaltazione dell’amicizia, l’inevitabilità del cambiamento e soprattutto il contrappeso di euforia e dramma. Quando la quete del protagonista sembra ormai compiuta, avendo trovato nella bella Tracy l’amore a lungo desiderato, ecco che la serie – ma dovremmo dire la vita – ci strozza l’esultanza in gola. L’unione tra Ted e Tracy, per quanto consolatoria, è destinata a spezzarsi. Nel 2024 Tracy s’ammala e muore, lasciando Ted con la malinconia del ricordo, a reclamare quei 45 giorni che non aveva potuto avere, a disperarsi perché lei non potrà assistere al matrimonio di sua figlia, a fissarsi con la memoria nel momento del primo bacio.

Ma sei anni dopo, al momento della narrazione del “Ted fuori campo”, il cerchio si chiude. Simbolismo e fatalità ritornano nell’istante in cui un Ted ormai di mezza età si presenta sotto il balcone della casa di Robin con il corno blu francese in mano. La scelta che più ha fatto indignare i fan della serie è anche la soluzione narrativa che offre la perfetta quadratura, non già dando l’idea banale di un amore mai sopito tra Ted e Robin – con conseguente svalutazione della sua relazione con Tracy – ma piuttosto rendendo giustizia all’imprevedibilità dell’esistenza e a quella singola sacrosanta verità che dice: non importa quanto dolorosa sia la vita, andare avanti è l’unica vera soluzione possibile.

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