Hic et Nunc

Un sogno chiamato Adamello

Ci pensavo già un anno fa.
Avevo una gran voglia di avventura in quel periodo. Ero fresco di rientro dalla Nuova Zelanda e, tra le tante novità, ero appena tornato single. Il che aveva inciso non poco sul mio desiderio di evasione dalla routine quotidiana.
Ricordo che avevo un’infinità di idee per la testa e che solo due progetti avevano passato il vaglio della ragione e del buon senso: cammino di Santiago o alta via dell’Adamello?
Dopo tanto rimuginare e altrettanto riconsiderare, m’ero risoluto a trasformare questi due progetti di lunga o media durata in un’impresa giornaliera. Optando per la via montana, avevo deciso che l’Adamello non l’avrei solo aggirato o avvicinato, ma l’avrei scalato in tutto e per tutto.

Perché proprio l’Adamello, direte voi.
Beh, prima di tutto perché, con i suoi 3554 metri, l’Adamello è la montagna più alta della Valle Camonica, nonché la vetta che dà il nome a due tra i parchi naturali più belli d’Italia (Adamello e Adamello-Brenta). Cardine ineccepibile di un gruppo montuoso che impone un rispetto e un’ammirazione universali, questo monte, così celebrato e così famoso, rappresentava per me non solo un simbolo, ma più propriamente la sintesi dei mille significati che la storia dell’uomo ha attribuito alla parola sfida.
Una spinta oltre il limite, un traguardo da raggiungere, un’aspettativa da soddisfare: l’Adamello, per me, è sempre stato un punto di riferimento morale, prima ancora che geografico. Il richiamo di un sogno che rischiava di farsi ossessione.

Ogni giorno, infatti, quando guidavo lungo la statale 42 e, superando le gallerie dell’Alto Sebino bergamasco, vedevo la strada aprirsi verso i primi comuni della valle, il mio sguardo correva sempre via, a quella vetta che spiccava in lontananza, ora velata dalle nubi, ora splendente nel cielo terso. E là, sullo sfondo di un paesaggio incorniciato dai monti, rimaneva, ferma e solida, a mandare quel suo richiamo fiero che aveva la voce del vento e il colore del ghiaccio.
Io mi sentivo così piccolo e insignificante. E mai avrei pensato che un giorno ne avrei toccato la cima. Quello che nella giovinezza era un sogno nel cassetto era diventato prima una romantica ambizione, poi un obiettivo concreto.

E così, scelto il “dove”, restavano da decidersi il “quando” e il “chi”.
Per quanto riguarda il primo interrogativo, fu presto fatto: estate, possibilmente agosto. Meglio non complicarsi la vita con l’inaffidabilità delle stagioni di passaggio e con la rigidità dell’inverno.
Il “chi” venne di conseguenza. Avevo condiviso il mio sogno con poche fidate persone e questo era bastato per trovare in loro i compagni giusti per la spedizione: in primis, Roberto, amico da una vita, maratoneta e amante della montagna, che già da tempo mi affiancava in escursioni di breve e media durata; poi Beppe, musicista e scalatore, che di noi era quello con la maggior esperienza ad alte quote; e infine mio padre, il quale a 55 anni suonati, memore dei bei tempi che furono, voleva ripercorrere gli anni del militare e del “corso Roccia”. Bello pensare che lui questo amore per la montagna non l’abbia mai perso e che, alla fine, l’abbia trasmesso a me.

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In vetta

Era chiaro che alcuni di noi – io soprattutto – necessitavano di una maggior preparazione, fisica e tecnica: perciò avevamo deciso di pianificare tutta una serie di escursioni propedeutiche alla scalata finale. Ma, come spesso accade, era riuscito difficile trovarsi sempre e in ogni condizione, così l’unica occasione di testare la formazione sopraggiunse solamente dopo che io e mio padre avevamo già collezionato una buona quantità di rifugi e passi montani. In quella circostanza, tutti e quattro avevamo raggiunto, con buon ritmo e senza patemi d’animo, i 2700 metri del Monte Torsoleto, passando per l’omonimo rifugio e il Bivacco Davide.
Da quel punto, però, mancavano ancora più di 800 metri di dislivello all’ipotetica vetta. Dovevamo salire di più. Fu così che, un sabato mattina, io e mio padre puntammo ai 3151 metri del passo Venerocolo, dopo aver superato l’iconico Rifugio Garibaldi e ammirato la maestosa parete nord dell’Adamello.
Con quell’ascesa avevo superato, per la prima volta, quota 3000. Fu un’emozione unica e rimasi tutto il giorno pervaso dall’adrenalina e dall’eccitazione. E, confortato anche dal non aver avuto sintomi del mal di montagna, sentii di essere ormai pronto all’ultimo, definitivo passo in avanti.

VERSO LA VETTA

Arriviamo così, con il racconto e con i fatti, al giorno tanto atteso: il 14 agosto. Una data ancora così vicina, che mi perdonerete se uso il presente invece del passato.
Ebbene, dopo aver caricato tutto il necessario tra attrezzatura, cibo e vestiario, ci dirigiamo verso il Put del Guat, una località, tra i comuni di Sonico e Malonno, che in estate, grazie alla varietà di itinerari percorribili, è presa d’assalto da alpinisti, escursionisti e turisti. Da qui infatti, oltre alla vetta regina, si possono raggiungere la Cima Plem (3179 m) e il Corno Miller (3373 m), oltre ai passi Cristallo e Miller che portano rispettivamente ai rifugi Tonolini e Prudenzini.

Noi, però, siamo ancora a quota 1500 metri: dobbiamo salire di 2000 per arrivare alla vetta. Se non è una bella motivazione questa!
Mancano pochi minuti alle quattro del mattino quando iniziamo a camminare. Superata rapidamente la vicina malga Premassone, incontriamo le prime asperità salendo le scale del Miller, un cumulo di gradoni e rocce che, se preso con eccessiva allegria, può essere pericoloso, se non altro in termini di fatica accumulata.
E le aspettative non vengono tradite: nonostante il tragitto sia appena agli inizi, sento di faticare più del normale e del dovuto, e, tra sudorazione eccessiva, emicrania e mal di stomaco, non riesco a procedere come vorrei. Cerco di proseguire regolare, ma le sensazioni, man mano che si sale, peggiorano. L’esordio, insomma, non è dei migliori e, in un breve momento di crisi, il pensiero di non farcela mi sfiora.
Fortuna vuole, però, che il tratto più ripido sia ormai concluso e che manchino pochi minuti al primo stop: ai 2166 metri del Rifugio Gnutti, infatti, ci concediamo una brevissima pausa per orientarci nel buio e mettere qualcosa sotto i denti. Una fetta di torta non sarebbe male, pensiamo. Peccato che il rifugio, dopo aver lasciato andare gli escursionisti diretti alla vetta, abbia chiuso di nuovo i battenti. Poco male, pensiamo, avremo modo di rifarci.

Con le prime luci dell’alba – sono ormai le cinque e mezzo – entriamo nei colori vivi e nelle forme eleganti della Val Miller. La piccola crisi è passata e ora posso godere di un paesaggio a dir poco sensazionale: laghetti alpini da cui partono piccoli fiumi d’acqua trasparente, ampie distese d’erba puntellate di fiori e solcate dai detti fiumi, alte pareti di ghiaia e roccia, che prima salgono morbide e dolci, ma poi s’impennano duramente, rivelando lastroni di granito e strapiombi.
La camminata nella valle è tanto piacevole quanto lunga, tra spianate e salite improvvise, finché, raggiunto un pianoro di ghiaia, s’inizia a salire decisi, ben oltre i 2500 metri di quota. Un lungo, interminabile ghiaione ci aspetta e l’unica mossa sensata è salire a testa bassa e passo regolare. Il percorso sale a zig zag, finché, superate alcune roccette, si fa ancor più mosso e ghiaioso, mettendo a dura prova l’aderenza degli scarponi al terreno.
La salita sembra non finire mai e il fiato inizia a farsi più pesante. La bellezza del paesaggio circostante, che ora è contornato da pareti lisce e verticali, è una magra consolazione. Solo una volta raggiunti i 2900 metri e superate le tre ore e mezza di cammino, riusciamo a oltrepassare quel tratto. Un piccolo traverso su neve e siamo all’attacco della via Terzulli.

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Sulla via Terzulli

Quando la vidi per la prima volta, filtrata dall’obiettivo di una action camera, la Terzulli mi apparve come un ostacolo spaventoso e insormontabile, specialmente per uno che la verticalità e l’esposizione le ha sempre sofferte. Man mano che facevo passare immagini e video, il panico s’alleggeriva, salvo poi farsi vivo di nuovo a pochi giorni dall’impresa. Nonostante fossi provvisto di tutto il materiale tecnico per superarla in completa sicurezza, c’era sempre da parte mia un certo timore reverenziale. Era un continuo paradosso: in un momento ne ero terrorizzato, in un altro non vedevo l’ora di salirci.
Detto questo, tecnicamente la Terzulli è una via attrezzata che, stando alle opinioni di chi l’ha percorsa, non rientrerebbe nemmeno nella categoria delle vie ferrate, vista la poca difficoltà dei passaggi e l’esposizione praticamente nulla. Delle opinioni degli altri, però, è sempre meglio fidarsi poco, soprattutto se questi altri sono alpinisti o escursionisti rodati. Ogni giudizio sulla pericolosità o sulla difficoltà di una via, infatti, è sempre irrimediabilmente relativo alla preparazione fisica, tecnica e mentale del singolo.
Ad ogni modo, sulla Terzulli si sale con scarponi, imbragatura e caschetto. Non bisogna sottovalutarla, questo è certo. E si sale con una certa ripidità, se è vero che alcuni passaggi – facilitati da catene e appigli – oscillano tra il II e il III grado di arrampicata.
Per me, che di queste cose so poco o nulla, la bellezza della via si mostra soprattutto nell’assenza di veri e propri strapiombi, nella spettacolarità di certi punti che strizzano l’occhio anche al fotografo meno attento, e nella velocità con cui si sale di quota. Certo, gli esperti diranno che si tratta di una via poco difficile, ma questo, almeno secondo il mio punto di vista, non la rende meno interessante.
Sulla Terzulli procediamo tutti con regolarità e senza particolari intoppi. Come detto, alcuni passaggi sono visivamente spettacolari e, perciò, non possiamo esimerci dal regalarci un paio di scatti fotografici in una posa da provetti scalatori.

La bellezza della via, però, non si esaurisce in ciò che troviamo percorrendola, ma prosegue e si amplifica in ciò che troviamo superandola. Alla fine, infatti, raggiunti i circa 3200 metri del passo Adamello, ci troviamo di fronte a un mare bianco e immobile. Una distesa che scende con forza e pendenza verso il basso, creando una lingua di ghiaccio che scava e scava nel terreno. Siamo al cospetto del maestoso Pian di Neve, il ghiacciaio dell’Adamello, il gigante che, per millenni, ha levigato e formato il paesaggio circostante.
Un gigante che, ahimè, infonde un’amarezza infinita, se si pensa che, a causa del surriscaldamento globale, i suoi ghiacci si ritirano di circa due metri all’anno. E i lunghi solchi e le piccole cascate d’acqua tra la neve e la roccia non fanno che aumentare questa tristezza, che, in fin dei conti, dobbiamo imputare solo a noi stessi e alla nostra irresponsabilità.

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L’arrivo sul Pian di Neve

Per noi camminare sul ghiacciaio è come viaggiare indietro nel tempo, come tornare a un passato di cui nessun uomo potrà mai avere memoria, perché risale a quando il mondo era dominato dal gelo. Una volta indossati i ramponi, fondamentali sul ghiaccio vivo, ci immergiamo in questo paesaggio surreale, dove una bianca pianura si estende per chilometri, salvo poi terminare in aguzze vette e lunghe creste, che si alternano a formare un’enorme corona di pietra.
L’acqua corrente scava piccoli crepacci nel ghiacciaio, poco pericolosi, ma destinati, col tempo, ad ampliarsi e a creare qualche problema in più negli anni a venire. Mantenendoci a stretto contatto con la cresta occidentale, risaliamo lungo una traccia segnata dal passaggio di altri escursionisti. Qui, dove il ghiaccio lascia spazio alla neve fresca, mi volto a osservare un panorama a 360 gradi sul Pian di Neve e sui suoi meravigliosi dettagli: a sud vedo il passo Salarno e, piccolo come un granello di sabbia, il bivacco Giannantonj, a est il versante trentino, oltre il quale si nascondono la Lobbia Alta e il Rifugio ai Caduti dell’Adamello, a nord, invece, lo sguardo non osa oltre l’ambita vetta che attende lì, vicina ma non troppo.

La traversata sul Pian di Neve dura poco, troppo poco per giustificare la spesa dei ramponi. Ora, infatti, tocca smontarli e proseguire su roccia per i restanti 300 metri di dislivello. La stanchezza e la quota iniziano a farsi sentire ma la prossimità della cima aiuta a recuperare energie fisiche e mentali. La via attraverso i grossi blocchi di granito è impervia, ma con relativa agilità la superiamo, fino a raggiungere la cresta che, con un cambio di direzione, ci porta all’ultima rampa, con la croce di vetta in bella vista.
Alle ore 10.30 arriviamo a suonare la campanella sui 3554 metri dell’Adamello. La prima parte dell’impresa è compiuta. Resta “solo” la discesa.
Ora, grazie anche al cielo soleggiato e alla temperatura mite, ci concediamo il meritato riposo. Posso finalmente godermi una splendida vista dall’alto sull’intera valle, sulle montagne e sui sentieri già percorsi e sugli altri ancora da provare, sui piccoli paesini e persino sulle acque limpide del lago d’Iseo, mentre all’orizzonte spuntano le Alpi, con il Bernina a mostrarsi per primo. La meraviglia per il paesaggio osservato è grande, ma non può di certo superare la soddisfazione provata nel raggiungere quel privilegiato punto d’osservazione. Mentre riposo e gioisco per il successo, un elicottero sfreccia a trenta metri dalle nostre teste rivolgendoci un rapido saluto prima di scendere in picchiata verso chissà dove.

Penso, allora, che sarebbe bello poterci risparmiare la fatica della discesa. Che so, prendere il parapendio e lanciarsi. Lasciarsi cullare dalle correnti per poi planare dolcemente a terra. Ripensandoci, però, tutto quel vuoto sotto le gambe mi terrorizzerebbe. Allora, forse è meglio godersi quanto più a lungo questo momento, apprezzando la maggior vicinanza a un Oltre non ben definito, un Altrove a cui molti danno un ché di mistico o divino, ma che io considero semplicemente come un’esperienza umana che sfugge alle logiche del buon senso e della normalità. Una tensione verso l’ineffabile che non è aspirazione al cielo o a ciò che sta al di sopra, ma che è prima di tutto la scoperta di ciò che abbiamo dentro e che, in circostanze ordinarie, non riusciremmo ad afferrare né tantomeno a comprendere. Lì sulla vetta, mentre contemplo il commovente spettacolo offerto dalla natura, scopro che andare in montagna è qualcosa di più della ricerca di un’origine. È un continuo intensificare i sensi, arrivando a conoscerli meglio, compreso quel senso ulteriore che chiamiamo intelletto. È afferrare la vita nella sua pienezza. In definitiva, usando le parole del grandissimo Walter Bonatti, andare in montagna è vivere intensamente.

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Panorama dalla vetta dell’Adamello

E altrettanto intensamente si vive del ricordo di ciò che si è appena provato, mentre, scendendo lungo la medesima via, si avvertono, al contrario e con meno sforzo, le stesse sensazioni e le stesse emozioni dell’andata. Certo, la discesa non va mai sottovalutata, specialmente se presa in condizioni fisiche precarie, ma è indubbio che la consapevolezza dell’impresa appena compiuta sproni anche il corpo più provato ad andare avanti fino alla fine. Quando le energie sono ridotte al lumicino, la vista del posto da cui sei partito mezza giornata prima assume un significato dolce e confortante. Le ultime piccole tensioni si stemperano, i muscoli si rilassano e le membra possono finalmente conciliarsi in un lungo e meritato riposo.

A fine giornata, ripenso alla spedizione appena conclusa. Per molte persone, specialmente le più avvezze alle grandi altitudini, quella all’Adamello non è una scalata difficile. Non tecnicamente, perlomeno. Quello che, invece, tutti – alpinisti e non – riconoscono è che, per lunghezza e dislivello, la salita in giornata richiede un’ottima preparazione fisica. Il che basta a renderla decisamente impegnativa.
Questo per dire che, quando si parla di montagna e alpinismo, la legge del più forte, spesso sopravvalutata, dovrebbe lasciar spazio a un gesto di più fine umanità: saper riconoscere il valore delle singole esperienze personali, che sono tanto più preziose quanta più fatica è costata a chi le ha realizzate.

 

 

 

 

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