Hic et Nunc

Noblesse Oblige. Stresa e le isole Borromee (2)

TOTA PULCHRA EST: L’ISOLA BELLA

Ultimo stop del mio breve tour, l’Isola Bella è indubbiamente la più popolare e rinomata tra le tre gemelle. Il fatto che si accompagni a un nome tanto eloquente influenza non poco la capacità di valutazione di un visitatore. Se pensiamo, poi, che su questa minuscola porzione di terra galleggiante si nascondono tesori dal valore inestimabile, beh, ecco spiegato il perché della sua fama.

La storia dell’Isola Bella è di circa un secolo più giovane di quella dell’Isola Madre. Qui, infatti, la famiglia Borromeo stabilì il proprio dominio a partire dalla prima metà del XVII secolo, quando vennero realizzati i primi progetti per un grandioso palazzo nobiliare. A costruzione ultimata, l’isola assunse le fattezze di una nave, con la villa a prua e i giardini a poppa.  Da quel momento, l’Isola Bella conobbe una serie di ospiti celeberrimi, tra cui spicca certamente Napoleone Bonaparte che vi soggiornò insieme alla prima moglie, ma non vanno dimenticate le visite di Stendhal, di Carolina di Brunswick, principessa del Galles, e di Benito Mussolini (nel 1935, in occasione del fronte di Stresa).

Crocevia di storie e vite straordinarie, il palazzo secentesco dell’Isola Bella pare talmente bello e solenne da far impallidire le bellezze finora incontrate. Di chiaro stile barocco, l’edificio conta sale con soffitti così alti da non finire mai, corridoi lunghissimi impreziositi da lucidi pavimenti in marmo, pareti rivestite da una quantità indefinibile di ritratti a riempire ogni singolo spazio vuoto (horror vacui all’ennesima potenza), biblioteche e collezioni private ricche di preziosi volumi, camere da letto e sale da pranzo in stile imperiale.
Non vedevo nulla di tanto trionfante e autocelebrativo dalla visita alla Reggia di Caserta. Il palazzo è davvero l’emblema della potenza nobiliare al suo Zenit.

Ma a destar ancor più stupore nella mia sensibilità ferita sono le grotte. Stanze adombrate, con solo una parvenza di luce laterale, si susseguono ai piani bassi, accogliendomi in un ambiente tutto nuovo. Le pareti sono interamente ricoperte di pietruzze e di conchiglie; allo stesso modo i pavimenti sono tutto un succedersi di sassolini posti l’uno a fianco dell’altro come tessere di un mosaico. Avvolti da un’ombra quasi misteriosa, sembra di essere trasportati in un mitologico regno subacqueo. C’è da scommetterci che, tra queste conchiglie e questi spazi angusti, il buon Stendhal abbia avuto di che scrivere.

Uscire dalle grotte non è solo prendere una doverosa boccata d’ossigeno, ma è più propriamente fare ritorno sulla terra, sulla sua natura ricca e varia. Infatti, appena oltre il palazzo si distendono, immoti e imperturbabili, i giardini.
Vi ritrovo le stesse specie floreali e animali viste sull’Isola Madre, finché non raggiungo l’estremità dell’isola dove ad attendermi c’è l’anfiteatro, una costruzione a struttura piramidale, ornata da graziose scalinate, fontane, obelischi e statue neoclassiche. Qui, nei vasti spazi del giardino botanico, si tenevano le rappresentazioni teatrali che tanto dilettavano i Borromeo.
Al di là, ecco le terrazze che scendono verso l’acqua, a gradoni e senza soluzione di continuità per quanto concerne la ricchezza di vegetazione. Tra i parapetti e i muri, infatti, spuntano olivi, aranci, pini, palme e labirinti di siepi.

Da questa balaustra naturale osservo il lungolago di Stresa con i suoi monumenti e i suoi palazzi, e, rivolgendo un ultimo sguardo alle barchette cullate dalle onde, saluto l’Isola Bella e mi preparo a tornare sulla terraferma.

MIRABILIA DAL PARCO PALLAVICINO

Il viaggio, però, non finisce quando rimetto piede sul suolo. C’è ancora qualcosa da vedere, qualcosa che m’incuriosisce non poco e che, per mia fortuna, non dista molto dal centro di Stresa.
A poco più di due chilometri da piazzale Lido, infatti, sorge Villa Pallavicino, una residenza privata che risale alla metà dell’Ottocento e che, stranamente, non ha nulla a che fare con i Borromeo. Realizzata in stile neoclassico, la villa è proprietà di una ricca famiglia genovese, che, nel corso degli anni, ha ampliato i propri possedimenti fino a circondare il palazzo con un enorme parco naturale. Aperto al pubblico e associato al complesso turistico delle isole Borromee, il parco di Villa Pallavicino è senza ombra di dubbio l’attrazione più sorprendente e mirabile della zona.

Salendo lungo la comoda passeggiata sterrata, mi rendo conto ben presto che qui si va oltre il comune concetto di “parco” per entrare nella più romantica immagine del “giardino delle meraviglie”. Sì, perché tra le piante alte e rigogliose del parco, trovano rifugio specie animali tra le più disparate ed esotiche, come in una sorta di zoo, privo, però, di quelle anguste gabbie che soffocano la libertà degli animali.
Le specie più innocue, infatti, scorrazzano liberamente per il parco, mentre quelle più a rischio sono contenute in recinti piuttosto estesi e ben curati. Dopo aver passeggiato tra caprette tibetane, conigli nani e pavoni, la meraviglia mi coglie sostando presso i rifugi dei lemuri, degli orsetti lavatori e dei cani della prateria. Specie a cui non ero abituato e che nemmeno nell’altro emisfero ero riuscito a trovare. E poi fenicotteri rosa, zebre, daini, alpaca, cervi bianchi, gufi e aquile reali, in un crescendo di sensazioni ed entusiasmo.

Al culmine di questa gioia quasi infantile, un’ultima vista mi toglie il fiato, scaraventandomi con violenza di fronte ai sogni del passato; a quando da bambino sognavo l’Australia. In una distesa erbosa in pendenza, infatti, oltre una bassa staccionata in legno, mi ritrovo imbambolato a fissare un gruppetto di marsupiali. A tutta prima mi paiono piccoli canguri, ma poi, con l’ausilio del pannello informativo, scopro che si tratta di wallaby di Bennett, una specie originaria della Tasmania che per le sue dimensioni viene spesso scambiata per una famiglia di canguri.

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Wallaby di Bennett al parco Pallavicino

In quel momento, però, la mia sensibilità non si lascia influenzare dalla puntigliosità della tassonomia, e, come un fiume in piena, straripa distruggendo ogni argine posto dalla razionalità e spingendomi a perdere minuti e minuti in contemplazione di quei curiosi animali salterini.
Vederli balzare con velocità per evitare che il custode s’avvicini eccessivamente a loro è uno spettacolo sensazionale. L’eleganza dei movimenti è tutt’uno con la tenerezza dei loro occhi vispi e neri, delle orecchie ritte e delle zampette che si ricongiungono appena sopra il “marsupio”.

È l’ultima visita prima dell’uscita dal parco, giacché l’accesso alla villa non è consentito al pubblico e il tempo a mia disposizione sta ormai finendo. Prima di fare ritorno a casa, però, mi concedo ancora un paio di soste fotografiche: la prima di fronte al Colosso di San Carlo – anche detto Sancarlone -, l’imponente statua di Carlo Borromeo che domina la rocca di Arona; la seconda tra i tornanti che portano a quest’ultima cittadina, dove, da un punto di vista rialzato, riesco a immortalare perfettamente la Rocca di Angera, altro possedimento dei Borromeo, che, come una solida fortezza medievale, domina un alto promontorio sulla sponda lombarda del Lago Maggiore.

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