Cultura

Un passo verso il Dharma

Quando lo incontrai per la prima volta, il dharma aveva la forma semplice e vuota d’una parola sconosciuta nelle fitte pieghe di un romanzo. Compariva già nel titolo, poi tornava, ricorrente e ossessiva, nei passaggi salienti dell’opera.

Parlo, naturalmente, dei Vagabondi del Dharma di Jack Kerouac, libro difficilmente comprensibile se non si ha confidenza con termini e significati d’una certa tradizione spirituale. Al tempo, io non facevo troppo caso agli orientalismi che comparivano nel testo, ma preferivo soffermarmi sulla lettura generale che Kerouac dava della vita in movimento. Dopo aver letto On the road, infatti, la febbre del lettore m’aveva colto nel momento di maggior vulnerabilità, mentre mi trovavo completamente immerso nei grandi progetti e nelle vive ambizioni del viaggiatore. E m’aveva spinto a rileggere, nella prosa saliente e provocatoria di Kerouac, quegli stessi frammenti di vita che intendevo recuperare.

In quel momento non pensavo affatto all’importanza dello spirito e, vivendo di sola esteriorità, consideravo il dharma come puro accessorio, un semplice nome da memorizzare per meglio comprendere il significato del racconto. Non credevo di fare un torto a nessuno, ignorando la vastissima portata concettuale che s’accompagnava alla parola.

Iniziai ad avvicinarmene con maggior consapevolezza dopo la lettura di un altro caposaldo della letteratura contemporanea, Siddharta di Herman Hesse. La delicatezza della storia mi infuse una certa curiosità e, come naturale conseguenza, una chiara volontà di approfondire il mistero che emergeva tra le righe. Durante la lettura iniziai a prendere coscienza di un certo vocabolario di settore che mutuava, da lingue antichissime come il sanscrito e il pali, concetti d’estrema importanza e di sorprendente attualità. Concetti che, per vie traverse, erano giunti in Occidente sotto altre forme e presentazioni[1].

Parallelamente a tali letture, sentivo l’approssimarsi d’una sempre maggior incertezza che minava le mie convinzioni e la mia fede. Vi prego, a questo punto, di non fraintendere le mie parole: avevo smesso di essere un buon cattolico a quattordici anni, a quindici iniziavo a dubitare delle “grandi verità” della Chiesa e a sedici già avevo smesso di credere in Dio. Con il tempo, però, oltre alle credenze tradizionali, avevo perso anche ogni legame con la morale cristiana, avvicinandomi sempre di più a orizzonti nichilistici. Lo studio della filosofia ebbe un ruolo fondamentale in questo e, in breve tempo, mi ritrovai ad attribuire agli insegnamenti religiosi un colpevole offuscamento e abbandono della ragione.

Paradossalmente, proprio in quel periodo presi a frequentare, insieme ad altri, la comunità ecumenica di Taizé, grande polo d’attrazione per giovani cristiani provenienti da ogni angolo d’Europa e del mondo. Lo feci esclusivamente per ragioni d’amicizia. Tuttavia, quell’esperienza assunse per me contorni ben più profondi di quanto m’aspettassi.
Era un ambiente particolare, a metà tra i grandi raduni hippie e i ritiri spirituali prima dei sacramenti. Su quella spoglia collina della Borgogna, si respirava un’atmosfera sui generis, che non avrei trovato in nessun altro luogo. Adoravo Taizé, non fosse altro perché ogni anno mi metteva in crisi, mi spingeva a dubitare delle mie pretese razionalistiche e mi lasciava intendere che, dentro di me, c’era qualcosa di più.
Chiaramente tutto svaniva come un dolce incantesimo, una volta tornato a casa e riprese le mie letture.

Quest’alternanza sbilanciata di convinto razionalismo e spiritualità sopita fece da anticamera al mio primo vero contatto con la dottrina del Buddha. Appena tornato dal viaggio in Nuova Zelanda[2] e dall’ultima esperienza a Taizé, fui colto dalle prime avvisaglie di una crisi.

In quei giorni, avvertivo in me un vuoto profondo che nasceva da tutta una serie di assenze: assenza di valori, assenza di concetti, assenza di senso, assenza di prospettiva, assenza di interesse, assenza di volontà, assenza di determinazione, assenza di desiderio.
Col passare dei giorni, il baratro cresceva e, pur affidandomi alla lettura e allo studio, non trovavo alcuno stimolo. Mi sentivo come una crisalide appena abbandonata dal suo occupante. Ero trasparente a me stesso, non già d’una trasparenza limpida e cristallina, ma d’una vana e inconsistente. Le domande si moltiplicavano, ma io non avevo né spirito né mente per rispondere. Tutto cadeva nell’irrisolto.

Fu allora che, vagabondando distratto per la biblioteca, trovai un libro. Era una biografia del Buddha, scritta da un orientalista tedesco. Un testo aulico, con una traduzione oggi improponibile, che prendeva in prestito termini dal pali e non dal sanscrito, per cui mi riusciva difficile ricondurre certe parole ad altre già incontrate. Eppure, concentrandomi più del normale, iniziai a capire la grandezza di Gautama e del suo insegnamento. Fui rapito dalla lettura del sermone di Benares (o Varanasi), durante il quale, appena raggiunta l’Illuminazione, il Buddha trasmise ciò che aveva appreso a quei compagni d’ascesi che, tempo prima, l’avevano abbandonato. Tra le parole del maestro, v’erano quelle che avrebbero costituito uno dei pilastri della dottrina: le Quattro Nobili Verità.

Non è compito adatto a quest’occasione spiegare l’insegnamento che vi è celato, ma permettetemi di soffermarmi su quel che vi avevo trovato di tanto illuminante.
Da quelle parole, pronunciate con una semplicità e un candore straordinari, emergeva una visione della vita disillusa, ma non nichilista. Spiritualista, ma libera dai dogmi della religione[3]. Rivoluzionaria, ma non violenta.
Non mi portava alcun beneficio sapere che la vita è dolore, ma sapere perché lo è e come avremmo potuto porvi rimedio quello sì mi pareva estremamente affascinante.
La mia intera esistenza era una pars destruens, quel che mancava era la pars costruens. E la intravidi nelle raffinate sottigliezze del dharma, la dottrina buddhista.
Era la visione che cercavo.

Presi a leggere altre biografie del principe Siddharta, altri resoconti del suo insegnamento itinerante; e mi avvicinai alle sezioni a coppie del Dhammapada, un’opera dal grande valore poetico che mostra in 423 strofe la “via del Buddha”.

Così iniziai pian piano a riempire quel vuoto con pratiche, concetti, motivazioni che, almeno sulla carta, avrebbero potuto indicarmi una direzione precisa. Continuai a leggere, e più leggevo più penetravo nella varietà degli insegnamenti, delle interpretazioni e dei significati. Appresi la banalità dell’uso corrente del termine karma e la stoltezza di chi fa vanto del proprio credo con orpelli e maniere. Compresi che si può essere buddhisti a prescindere dall’eredità culturale, dalle abitudini alimentari, dalle passioni e dagli hobby. Imparai, grazie a un bel saggio di Hervé Clerc, che seguire il dharma m’avrebbe consentito di vedere “le cose come sono”, seguendo una strada non troppo lontana da quella tracciata da Husserl e dalla fenomenologia. Simili rimandi alla nostra tradizione di pensiero, uniti anche a una somiglianza più volte ravvisata tra le figure del Buddha e di Socrate, mi attiravano ancor di più verso queste nuove possibilità spirituali che s’aprivano di fronte a me.

Con il passare delle settimane, cercai un modo di trasformare la teoria in pratica. Mi accostai timidamente, come in punta di piedi, alla meditazione, partendo dalla base, cioè dalla consapevolezza e dal controllo del respiro. Al tempo stesso, provai a resistere a quelle malignità che m’avrebbero allontanato dal Nobile Sentiero. Cercai di ridurre cattive parole e cattivi pensieri, e, non senza difficoltà, mi sforzai d’avere una buona predisposizione d’animo nei riguardi di chi m’aveva mancato di rispetto.

Oggi, questi miei tentativi continuano, a volte con esito positivo, altre volte con esito negativo. La pratica buddhista è difficile tanto quanto la teoria. Se non di più. Talora sento di non potercela fare. Talora mi chiedo se è davvero questa la via giusta. Non sempre le risposte sono chiare e, per quanto cerchi di rifugiarmi nelle parole, avverto che la minaccia del vuoto è ancora dietro l’angolo. Ma è proprio questa minaccia a darmi un’ulteriore spinta a procedere lungo il tortuoso cammino.

Chissà se mai comprenderò pienamente il dharma! Chissà se inizierò mai a percepire questo mio spirito non più come un fardello, ma come un dono! Fino a quel momento, cercherò di tenere la strada e, pur ascoltando le lezioni dei saggi, di essere “il maestro di me stesso”.

NOTE:

[1]  Si pensi alla dottrina della reincarnazione delle anime, pilastro dell’induismo, poi trasposta anche in ambito buddhista. La dottrina torna, in ambiente greco, sotto la definizione di “metempsicosi” ed è attestata nei culti orfici, nei pitagorici, in Empedocle, Platone, Plotino e in altri neoplatonici.

[2] Rimanendo in ambito di credenze mitico-religiose, nel corso del viaggio ebbi modo di indagare un magnifico esempio di sincretismo tra due tradizioni agli antipodi: da un lato l’ancestrale spiritualità maori con i suoi miti e i suoi racconti popolari, dall’altro l’indotta influenza della cristianità, nella versione dei colonizzatori inglesi, cioè quella anglicana. La gran parte dei nativi si convertì alla nuova religione, ma senza abbandonare le tradizioni e il culto degli antenati. Pochi, invece, furono coloro che rifiutarono la nuova religione, rimanendo fedeli all’antico pantheon.

[3]  Contestualizzata nell’India del VI secolo a.C., la parola del Buddha era libera da molte delle dottrine che si trovavano nei testi sacri dell’Induismo, nei Veda e nelle Upanishad; libera anche da molte delle estrinsecazioni sociali di quelle dottrine (come la divisione in classi sociali rigide, le caste). Oggi, in un contesto storico e sociale completamente differente, vi si trova ancora quella libertà dalle restrizioni etiche, sociali e dogmatiche tipiche di molte religioni.

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