Hic et Nunc

Anno Zero

Erano le nove di sera del 27 febbraio.
C’era una fila interminabile al check in. Dagli altoparlanti suonavano annunci di voli in partenza. Viaggiatori frettolosi correvano di qua e di là trascinando bagagli ricoperti di cellophane e imprecando in mille lingue diverse.

Erano le nove di sera del 27 febbraio dell’anno passato.
Fuori, luci artificiali illuminavano il grigiore di una umida serata invernale. Dentro, perso nei vasti spazi del terminal, mi preparavo alla partenza.

Erano le nove di sera del 27 febbraio dell’anno passato, all’aeroporto di Malpensa.
Non prestavo attenzione a molte cose, se non alla pizza margherita sul piatto, alle battute di Mohamed, e ai miei goffi tentativi di nascondere l’ansia.

Ricordo ancora molto bene le facce e le espressioni di chi era con me. C’eravamo fatti compagnia, con poche parole e molti silenzi, lungo tutto il tragitto che da casa ci aveva portato fin lì. Il tempo di imbarcare il bagaglio e di cenare, poi era già arrivato il momento di salutarsi.

Camminavo attraverso una serpentina di tornelli e fettucce, e il mio sguardo indugiava sui volti oltre il plexiglas. Mia madre, che s’era sempre detta entusiasta all’idea della partenza, cercava, con gli occhi lucidi, di non lasciarsi sopraffare dalla commozione. Mio padre, invece, che la mia mancanza l’avrebbe sentita col tempo, mostrava quel suo solito sorrisetto di scherno che avevo sempre interpretato come un’inconsueta espressione d’orgoglio.

Poi c’era l’amico di una vita, Mohamed, che, con Roberto, formava la mia seconda famiglia. Ci univa una specie di fratellanza tra sodali, malati com’eravamo di un’ignoranza tutta nostra, allegorica cifra del nostro esistere e rimedio palliativo per la stupidità – quella vera – e per il vuoto che c’aspettava là fuori. In rappresentanza di quella famiglia, c’era anche lui, quella sera, a osservarmi mentre me ne andavo.

Allora non lo sapevo, ma quello che lasciavo alle mie spalle non erano solo un paese, una famiglia, un gruppo d’amici fraterni. Era tutta una vita che s’allontanava, come un maratoneta che cerca di raggiungere il suo rivale ma vede la strada dilatarsi sotto i piedi logorati dalla fatica.

Proprio in quel modo sentivo che nella mia testa s’aprivano dubbi profondi come strapiombi, così ripidi e spaventosi da far venire i brividi.
Conoscevo la destinazione cui mi avrebbe portato quell’aereo, ma non la direzione che avrebbe preso la mia vita. Più ci riflettevo e meno risposte trovavo.  Perciò, mi rifugiavo in un pensiero di comodo, secondo il quale avevo ben poco da perdere e molto da guadagnare. Mi dava coraggio, quel pensiero. Eppure rimaneva sempre una certa titubanza, e il cammino, di conseguenza, pareva assai incerto.

Quasi un anno è passato da quel momento, da quando sono saltato abbracciando il vuoto. Dico “quasi” perché non è un anno esatto. Per un tormento quasi infantile, ho deciso di scrivere alcuni giorni prima della ricorrenza, così da esorcizzare quella sofferenza ulteriore che avrei provato rispettandone la puntualità.

Si potrebbero dire molte cose riguardo al tempo che fugge, a quanto ci fa specie perdere giorni, mesi, anni come centesimi nel taschino, ma non farei altro che riempire il già affollato girone dell’Inferno riservato agli uomini che non vogliono invecchiare.
Molto più agevole, per come sono fatto, è stato farmi vincere dalla nostalgia. Questo mostro di sentimento, che ci fa rivalutare qualsiasi esperienza – anche la più becera -, si è attaccato alla mia anima con la stessa brama d’una iena a digiuno che mastica la carcassa imputridita di un bufalo. Questa stramaledetta nostalgia mi tormenta e mi chiede se c’è ancora una parte di me che non vive d’un agonizzante attaccamento al quotidiano. Se, da quella sera del 27 febbraio, è davvero cambiato qualcosa.

Di tutto quello che era seguito all’addio che cosa rimane oggi?
Che cosa resta della brezza gelida su Queenstown Hill, delle fastidiose punture delle sandflies, della fila interminabile da Fergburger, delle casse di birra da trenta, delle partite di frisbee golf, dei meravigliosi roadtrip e delle lunghe camminate? Che cosa resta dei pazzi di Hallenstein Street, dei guerrieri maori, dei backpacker da ogni dove, degli escursionisti e degli avventurieri? Che cosa resta delle acque cristalline del Wakatipu, della vetta temibile di Aoraki, dei vapori di Rotorua? Che cosa resta della vita activa, della vita che non si limita alla sola sopravvivenza?

Nulla più d’una lunga serie di ricordi, fotografie, frammenti di video. C’è forse un insegnamento che io abbia tratto? Una morale che sia emersa dal viaggio? L’esperienza mi ha davvero cambiato o è stata solo una grande illusione? Ho mentito agli altri e a me stesso oppure, per un certo periodo di tempo, sono stato realmente quella persona intraprendente e dinamica che s’avventurava nella wilderness d’oltreoceano?

Ogni volta che riavvolgo il nastro della memoria e mi sorprendo a pensare alla Nuova Zelanda, un nodo alla gola mi affatica il respiro. Sento l’animo diventare più pesante e con esso tutto il mio corpo s’irrigidisce sotto il giogo del rimpianto.

Pensando che di quella vita ora non c’è nient’altro che un carrozzone di memorie, io mi scopro ancor più fragile di quanto non fossi prima di partire. E, di conseguenza, il dolore è ancor più forte.
Si vive così bene nell’ignoranza, perdio.  Quante volte ho maledetto me stesso per essere stato così arrogante, temerario, avventato! Quante volte ho pensato che, se non fossi mai partito, mi sarei risparmiato tutta quella tremenda sofferenza!
Non ci sarebbe stato alcun distacco. Né sarebbe comparso il circo della nostaglia. Tutto quanto sarebbe rimasto com’era.

In questo primo anniversario dalla partenza, sapevo, in cuor mio, che mi sarei lasciato prendere dalla malinconia. Era inevitabile. Non fosse altro perché mi ritrovo con gli stessi dubbi e le stesse angosce che avevo prima di andarmene. Con l’aggravante di una solitudine tremenda, infausta, logorante.

Credevo che il viaggio in Nuova Zelanda sarebbe stato l’anno zero della mia vita. E, in tutta onestà, lo è stato. Mai mi sarei aspettato, però, che il tempo iniziasse a scorrere alla rovescia e che, invece di progredire, sarei tornato alla miseria del passato.

Eppure, non voglio lasciarmi vincere da questo flusso di negatività. Vorrei, almeno in conclusione, dare spazio all’unica vera lezione che ho appreso in tutto questo tempo. Perché sì, in fondo c’è del buono nel ricordare un’esperienza passata. Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via, scriveva Pavese. E allora, anche quando vi siamo fisicamente ancorati, possiamo sempre rifugiarci, con il pensiero, in mondi lontani, dove la fantasia si mescola al ricordo e la felicità d’un giorno torna a farsi viva, attenuando la sofferenza presente e alimentando i desideri per l’avvenire.

Andarmene mi ha fatto capire che, in fondo, un riscatto è possibile; che, nel labirinto dell’esistenza, c’è sempre tempo per prendere la biforcazione giusta; che, se tanto mi dà tanto, quando ripartirò, potrò nuovamente assaporare il gusto d’una vita piena.

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