Cultura

Nero su bianco. Scrivere oggi

Ci vuole poco per costruire un mondo. Basta una penna, unita alla giusta quantità di inchiostro e carta, e les jeux sont faits.
In realtà – insegna la storia della letteratura – c’è molto di più in una “mano che scrive”.

Innanzitutto, ci sono desideri, sogni, impressioni, paure, contraddizioni, esitazioni, riflessioni e tentativi di autoanalisi, masturbazioni intellettuali, memorie di esperienze pregresse, convinzioni e concetti immaturi. C’è, o perlomeno ci dovrebbe essere, una sorta di impalcatura di pensiero che regge la penna e la fa muovere a suo piacere. In altre parole, una parte sostanziosa del proprio vissuto è tradotta, esplicitata, “messa in riga”, in una serie variabile di parole. Che dire poi di quei casi, tanto sofferti quanto mirabili, in cui è la vita nella sua totalità ad affiorare dai periodi e dai capitoli?

Mi ha sempre affascinato e, in una certa misura, commosso, la storia degli ultimi giorni di vita di Marcel Proust. Un autore che ha impiegato tutta un’esistenza lavorando alla sua opera, alla sua “ricerca”, e che s’è ritrovato completamente assorbito nell’atto stesso dello scrivere. Consumato dalla malattia, con un respiro sempre più affaticato e lieve, Proust trascorse gli ultimi momenti della sua breve vita rinchiuso nella sua camera da letto con le pareti rivestite perché non entrasse né uscisse alcun suono. Completamente immobile, ridotto a un pallido simulacro di uomo, dello scrittore rimanevano solo le mani: una che reggeva, precaria, i fogli, e l’altra che impugnava la penna e scriveva. Mentre i residui di inchiostro gli gocciolavano sul viso, Proust portava avanti con estrema sofferenza l’impresa della Recherche, fino al giorno in cui vita e scrittura si spensero, come fossero una cosa sola, il 18 novembre del 1922.

Lasciando da parte, per un attimo, l’importanza di quell’opera monumentale, ancor più colpisce ciò che la vita dello scrittore ha messo in luce riguardo al suo lavoro. Quale sacrificio, quale inesprimibile sofferenza, quale prolungato travaglio deve essere stato mettere in fila parole ricercate, complesse figure di senso, pensieri tanto limpidi quanto elaborati. L’esempio offerto da Proust è paradigmatico, perché dimostra che tra vita e scrittura non c’è alcuna distanza. Il mestiere di vivere, per dirla con Pavese, è il mestiere di scrivere. E viceversa.
La scrittura è una professione a tutti gli effetti, una missione che deve essere portata avanti con estremo attaccamento e con uno spiccato senso del dovere.
Non sempre questa prolungata fatica porta ai risultati sperati – al successo, alla realizzazione personale, alla fama. Dovremo allora rinunciarci? È forse ottenere un risultato il vero scopo della scrittura?

Da anni l’interrogativo mi tormenta e non v’è cosa più difficile che trovare una via di fuga al dubbio che questo ha installato nella mia testa.
Ogni volta mi tornano in mente le citate vicende proustiane, ma, nella realtà dei fatti, Proust non è un nostro contemporaneo. Egli ha vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento, in un contesto economico, sociale e culturale completamente diverso dal nostro. E, a differenza dello scialbo presente in cui siamo tristemente calati, la figura del letterato godeva ancora d’autorità e prestigio.
Benché la sua persona fosse tormentata da problemi di salute e da afflizioni sentimentali, Proust non ha mai versato in condizioni di indigenza né ha mai dovuto affrontare il pericolo della completa svalutazione del suo ruolo e della possibile emarginazione che ne sarebbe derivata.
Oggi uno come Proust avrebbe avuto ben altro di cui preoccuparsi. Oggi la sua ricerca non sarebbe andata ai felici giorni di Combray, alle jeunes filles di Balbec, al lusso e allo splendore dei Guermantes, all’ambiguità del barone di Charlus. Oggi le sue lunghe frasi avrebbero indugiato su motivi e personaggi non altrettanto nobili.

Ciò detto, quali sfide deve affrontare lo scrittore del presente? Come può divincolarsi in una società che, ritenendolo superfluo, lo ignora? Quali accorgimenti deve impiegare di fronte all’impoverimento della lingua, della cultura, dell’istruzione?
Deve forse elemosinare un po’ di notorietà adeguandosi all’accelerazione continua della scienza, alla superficialità dell’informazione, alla venialità degli argomenti? Oppure, al contrario, deve rinchiudersi nella sua camera da letto a rimuginare su un passato glorioso che non tornerà più? O forse deve cercare riparo nell’isola della fantasia e costruire mondi fittizi, paradisi artificiali, complesse scenografie popolate da simbolici manifesti delle proprie ansie e dei propri sogni?

Difficile, se non impossibile, trovare una risposta. Forse la verità non sta in nessuna di queste soluzioni, o forse tutte e tre sono ugualmente valide, a seconda della singolare attitudine di chi scrive.
V’è, però, in questo mondo così frammentato e specialistico, un tratto comune per chi si dedica, con mente e corpo, alla scrittura. Forse l’unico elemento che può elevarsi al rango di Universale, di Assoluto, in una realtà dominata da continui e insopportabili relativismi.

Come un personaggio uscito dalla penna di Herman Hesse, lo scrittore è in continua ricerca di Assoluto. E dove può condurre questa ricerca se non nelle più oscure profondità dell’Io? L’Assoluto a cui lo scrittore anela riposa in ciò che propriamente lo definisce. Nell’atto stesso della scrittura.

Scrivere è mostrarsi, affermarsi, rivelarsi, esporsi, salire sul palcoscenico ed essere riconosciuto come homo scribens.
Chi ambisce a ritagliarsi un posto nel mondo come scrittore deve tener conto del fatto che, in quelle parole, dovrà sempre metterci una parte di sé. Non vi può essere ipocrisia nella scrittura. Anche nella finzione letteraria il narratore deve seguire e rispettare la verità del proprio sé. Una verità che si mostra come sincerità e trasparenza nei confronti della propria intelligenza e di quella dei lettori.

Come si diceva all’inizio, la penna deve essere sostenuta da un’impalcatura. Lo scrittore, infatti, lavora alla maniera di un costruttore: se, in corso d’opera, l’edificio del romanzo, che è ancora delicato e instabile, non è sostenuto da travi e ponteggi solidi, questo inesorabilmente rischia di crollare. Ma se, passo per passo, la scrittura è cementata da un pensiero sicuro, allora il palazzo sarà massiccio e affidabile. Il concetto sarà la trave che sosterrà la storia. La verità la calce che terrà uniti i singoli episodi.

Anche oggi, dunque, la missione dello scrittore continua. E chi si professa tale non deve dimenticarsene. Non deve continuamente strizzare l’occhio al lettore, seguendo una moda che lo porta a eclissarsi nella maniera più ignobile e svilente, e che lo svuota di ogni concetto.
Lo scrittore non deve cedere alla malattia della popolarità. Deve crescere nelle sue convinzioni, coltivarle, preservarle, mostrarle al mondo e saperle giustificare.
Insomma, chi scrive deve avere qualcosa da dire. Qualcosa che non deve essere straordinario a tutti i costi, sensazionale o sconvolgente, ma che, nella sua semplicità, deve saper commuovere, avvicinare, riunire le coscienze sotto un comune sentimento.

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