Hic et Nunc

ARMONIA DEGLI SPAZI

Escursione in Val di Non

Ai più, forse, il nome di Erling Kagge non dirà molto. Poco inclini ad abbandonarci alla curiosità, difficilmente ci lasciamo attirare da un racconto di cui non conosciamo l’autore. Pessima abitudine, giacché la conoscenza passa anche attraverso la volontà di lasciarsi incuriosire.
Leggendo della vita e delle imprese di questo esploratore norvegese, ho avuto l’occasione di scoprire che cosa lo rende davvero straordinario. Erling Kagge è stato il primo uomo a raggiungere in solitaria il Polo Sud, camminando per giorni e giorni tra i ghiacci dell’Antartide. Nessun compagno al suo fianco, solo con i suoi pensieri. Un’impresa ai limiti delle umane possibilità, che si aggiunge all’esplorazioni di altri due “poli” – il Polo Nord e una cima dell’Everest – e ad escursioni non convenzionali, come la discesa nella New York sotterranea o l’attraversamento dell’intera città di Los Angeles a piedi. Immergendosi nel mondo in maniera diretta, viva e spontanea, Kagge ha scoperto una verità fondamentale: per vedere la realtà con maggior chiarezza, occorre “chiuderla fuori”, isolarsi rispetto ad essa e il silenzio è la condizione necessaria e sufficiente per questo isolamento.

Il silenzio, sostiene Erling Kagge, è un metodo pratico ed efficace di arricchire la vita, perché consente di accedere a nuovi modi di pensare e di trovare risposte all’enigma del proprio sé, il quale si definisce proprio in base alla relazione con il mondo esterno.
Ma dove possiamo trovare questo strumento eccezionale che è il silenzio? Se, da un lato, Kagge lo considera come un esercizio, un’esperienza, un’operazione intenzionalmente finalizzata a una scoperta; dall’altro, è il mondo stesso che ci invita a ritrovarlo nella natura circostante. Una teoria naturale del silenzio parte proprio dal presupposto che questo sia una conseguenza immediata dell’armonia che governa gli spazi. Una geometria involontaria che regola le proporzioni del mondo e che non funziona solo per rapporti e dimensioni, ma anche e soprattutto per contrasti di luci e colori. Il silenzio non è semplice assenza di suono, ma è una quiete primordiale che si inscrive nel paesaggio come un elemento fondante che ne accentua l’interesse ai nostri occhi.

E questo “sovrumano silenzio” io l’ho ritrovato, passeggiando tra laghi, meleti, vigne e sentieri della Val di Non, circondato dalle Dolomiti del Brenta, nel profondo cuore montano del Trentino.  Lungo tappeti autunnali, cosparsi di rami secchi e foglie, il cammino silenzioso muta in una placida contemplazione del Bello naturale, arcaica invenzione di un demiurgo di cui sappiamo ben poco, ma che, se non altro, ha buon gusto.

MOLVENO, TRA FLANERIE E FOLIAGE

Un forziere che racchiude secoli di storia in una cornice sensazionale. Se, d’altronde, Antonio Fogazzaro, suo abituale frequentatore, lo aveva definito «preziosa perla in più prezioso scrigno», l’idea che il lago di Molveno nasconda un segreto tra le proprie acque non è poi così bizzarra.
Ai piedi del gruppo montuoso del Brenta e del massiccio della Paganella, il lago si creò circa 4000 anni fa a seguito di un’imponente frana dai pendii circostanti. Nonostante l’indiscussa origine naturale, la realizzazione di condutture  e di opere idriche ne fa un bacino artificiale a tutti gli effetti. Ogni dieci anni, infatti, il lago viene parzialmente svuotato per alimentare alcune centrali idroelettriche della zona e favorirne la manutenzione. Quando ciò accade, il livello si abbassa e l’acqua lascia spazio ad ampie spiagge che si aprono lungo buona parte della riva occidentale, dove sorge l’abitato di Molveno.

Molveno2
Lago di Molveno – ph. Manuel Pezzali

Il paese è un piccolo borgo montano, meta turistica ambita sia d’estate che d’inverno, ma nella malinconia novembrina si mostra silenzioso e, quasi del tutto, disabitato. Indubbiamente la destinazione ideale per chi cerca riparo fuggendo nella quiete autunnale. Piccole case dai tetti in legno si alternano a grandi alberghi, oasi di relax e benessere per i visitatori. Scendendo rapidamente lungo i tornanti della via principale, si arriva alla parte bassa del borgo, dove spicca, per importanza di storia e tradizione, l’antica segheria Tajalacqua (così chiamata perché doveva il suo funzionamento a una pala che, “fendendo” l’acqua, innescava il movimento verticale di una lama che tagliava i tronchi). Risalente al XVI secolo, la segheria è stata centro di produzione delle “Molvene”, tavole di legno estremamente sottili, il cui spessore andava dai 6 ai 10 millimetri, e che, una volta messe in commercio, venivano distribuite nella zona di Riva del Garda.

Poco più avanti rispetto alla segheria Tajalacqua parte il sentiero che costeggia il lago, immergendosi ben presto nel verde, fino a toccare il Ponte Romano di Mezzolago, costruito sull’antica via dei “Marocchi”. Il percorso si snoda per circa 11 chilometri attorno al bacino, ma, prima di ritornare al paese, si addentra nel bosco, per raggiungere i Fortini di Napoleone, antiche fortificazioni realizzate tra 1796 e 1801 per contrastare l’invasione napoleonica. Perfetta sintesi di storia e natura, la via è una piacevole promenade che, fin da subito, si tinge dei colori e dei suoni dell’autunno: l’occasione ideale per riscoprire la necessità di concedersi una pausa, vagando come il flaneur di Baudelaire o il passeggiatore solitario di Rousseau. Perdersi in un pensiero indefinito e creare il vuoto dentro di sé: ritornando a Kagge, ecco il silenzio che “chiude fuori” il mondo e arricchisce la vita.
La passeggiata ci insegna che la bellezza si scopre a ritmi lenti, soffermandosi casualmente sui dettagli che più ci incuriosiscono. Solo camminando adagio, infatti, non percepiamo il rumore del foliage sotto i nostri piedi e non spezziamo quel silenzio che abbiamo creato dentro di noi.

SOVRUMANI SILENZI: IL LAGO DI TOVEL

Limpide trasparenze riposano su una superficie a specchio. Dall’alto, cime rocciose cosparse della prima neve stagionale si fanno largo tra le nubi. Un dipinto meraviglioso in una preziosa cornice naturale.
Il primo sguardo rivolto al Lago di Tovel è sempre quello più sincero e spontaneo, perché chi osserva non ha il tempo di creare una sua rappresentazione di ciò che ha appena visto. Difficile raccontare le impressioni o anche solo descrivere i dettagli di quell’affresco così vivo, così reale, così straordinariamente puro. Incastonato in una riserva naturale dai forti contrasti, il lago e la sua valle danno l’impressione di essere lì da sempre, come il paesaggio di una fiaba, dimora senza tempo di creature fantastiche e divinità silvane.

Ed è proprio il suo aspetto fiabesco e “primordiale” a fare del Lago di Tovel uno dei punti di maggior interesse nel parco naturale dell’Adamello-Brenta e nella Val di Non. Crocevia di turisti provenienti da tutto il mondo, il lago è la quintessenza della fotografia naturalistica: protagonista ricorrente delle immagini di fotografi amatori e professionisti, grazie alle sue tonalità insieme fredde e vive, offre uno scenario da sogno, un’occasione imperdibile per chi desidera un quadro a tinte forti da appendere nella propria camera da letto.

Tovel
Lago di Tovel – ph. Manuel Pezzali

Dal piccolo borgo di Tuenno, si apre la strada provinciale della Val di Tovel che, costeggiando il Rio Tresenga, porta direttamente all’omonimo lago. Durante la stagione estiva, i visitatori accorrono talmente numerosi da rendere necessaria l’organizzazione di un servizio di navetta che, da Cles e da Tuenno, li conduce a poche centinaia di metri dalle sponde del lago. La silenziosa solitudine di un’escursione fuori stagione, al contrario, mi ha permesso di percorrere tutti i dieci chilometri della sinuosa via asfaltata che, tra stretti tornanti e lunghi rettilinei, si inoltra nella valle. Lungo il percorso, i segni della presenza umana sono ridotti al minimo indispensabile: un albergo, un centro sportivo, un parcheggio e poco altro. Man mano che ci si avvicina al lago, sembra aprirsi, con sempre maggior insistenza, uno spazio “sacro”, caratterizzato da un’armonia naturale che non è ancora stata violata dall’urbanizzazione e dal progresso.

Il simbolismo di un paesaggio naturale, che sembra voler trasmettere un messaggio originario, più antico dell’uomo, è alimentato dai racconti, a metà tra realtà e mito, che circolano attorno alla storia del lago di Tovel, come la leggenda del “lago rosso”. Si dice, infatti, che fino alla metà degli anni ’60 le acque del lago si tingessero periodicamente di rosso, per la presenza di un’alga, il Glenodinium sanguineum, che, durante la stagione estiva, avrebbe rilasciato delle sostanze oleose nel lago, dandogli appunto un colore rosso. In realtà, recenti studi hanno dimostrato che il fenomeno è imputabile ad altre tre alghe presenti nel lago: la Tovellia sanguinea (un’alga rossa che rischia di scomparire a causa della scarsità di nutrienti), la Baldinia anauniensis (l’alga verde che dà il tipico colore smeraldo al lago), e una terza alga di cui ancora non si conoscono le proprietà. A causa della progressiva scomparsa di sostanze nutrienti, il fenomeno non si è più verificato. Ciò che resta del “lago rosso” di Tovel è la suggestione di un ambiente che, mosso esclusivamente da ingranaggi naturali, cambia aspetto, e dal freddo verde montano veste un intenso e caldo scarlatto.

E PROFONDISSIMA QUIETE: IL LAGO SMERALDO E IL RIO SASS

Un bacino artificiale, occasionalmente adibito alla pesca sportiva, e circondato da ampie pinete e piccoli parchi dove concedersi un po’ di riposo tra un’escursione e l’altra. Il lago Smeraldo si trova a circa un chilometro dal centro storico di Fondo ed è il luogo perfetto per una breve passeggiata in solitaria. Da una sponda all’altra, ci si impiega poco più di cinque minuti per completarne il giro, attraversando, prima, una breve passerella artificiale e inoltrandosi, poi, nel sentiero che costeggia il lago.
Lungi dall’essere un limite, le dimensioni ridotte di questo bacino artificiale ne hanno fatto una comoda destinazione per chi vi si reca, a piedi, da Fondo e dai piccoli borghi adiacenti. Un itinerario reso ancor più affascinante dalla “passeggiata del Burrone”: dal lago Smeraldo, infatti, nasce uno stretto torrente, il rio Sass, che, nel tempo, ha scavato un vero e proprio canyon, lungo la valle dei Molini. La forra è lunga 300 metri e profonda 60 e presenta concrezioni, formazioni calcaree, minerali e piccole “marmitte dei giganti”.

Dalla cascata che alimenta il rio, ci si addentra nel canyon, camminando lungo passerelle installate tra le pareti. Dirigendosi verso l’abitato di Fondo, la passeggiata prosegue su un ampio sentiero che costeggia il torrente e che, al passaggio, si accende dei suoni e dei colori dell’autunno. A ogni passo si respira quiete e tranquillità: i raggi del sole filtrano timidamente attraverso i rami degli alberi, lasciando qualche zona di luce su un terreno perlopiù in ombra, mentre lo scorrere dell’acqua non disturba il silenzio, bensì lo alimenta.
Prima di raggiungere il paese, ecco comparire alcune preziose testimonianze di un passato non troppo lontano, e ancora vivo nelle memorie dei locali: un antico lavatoio, un ponte romano e un vecchio mulino, preziosi segnalibri nel racconto nostalgico di un’umanità da non dimenticare.

IL RESPIRO, L’ENERGIA DEL VITALE: LA CASCATA DI TRET

Il passo delle Palade separa la Val di Non “italiana” da quella “tedesca”, mettendo in comunicazione le province di Trento e Bolzano. Basta percorrere circa quattro chilometri in direzione Merano per raggiungere Tret, piccola frazione del comune di Fondo, che si affaccia su una valle stretta e profonda. Da qui, è possibile incamminarsi per un sentiero che scende dolcemente fino a prendere una svolta decisa a destra, dove una ripida scalinata in legno conduce direttamente nel cuore della valle.

Cascate di Tret
Cascata di Tret – ph. Manuel Pezzali

Respirando a pieni polmoni l’aria pulita del bosco e dimenticando, per un istante, l’affanno causato dall’altitudine, si prosegue di buona lena fino alla cascata di Tret. Un ponticello in legno consente di osservare da buona posizione l’acqua che scende rapidamente dalla sommità. Alzando lo sguardo, si notano tutti i dettagli di un ambiente roccioso – una vera e propria “conca” – che, scendendo, lascia spazio al verde degli alberi e a un terreno umido e ghiaioso. Mentre ci si sofferma sulla sinfonia dell’acqua che scorre, il pensiero vola sulla energia della natura e sul modo di affermare la propria vitalità. La stessa vitalità che, fiaccati dalle angosce quotidiane, cerchiamo nel momento in cui ci affidiamo al paesaggio e alle sue miracolose capacità taumaturgiche. La cascata di Tret si apre con discrezione ai visitatori, quasi volesse nascondersi per poi mostrarsi solamente all’ultimo secondo. Che la si osservi dall’alto o dalla base, la cascata conserva la sua imponenza, attenuata solamente dalle piogge scarse di un autunno avaro.

E tra le rocce che si ergono dai fianchi delle montagne, spuntano gli ometti di pietra: piccole costruzioni di sassi impilati l’uno sopra l’altro che, in assenza di segnali, indicano la via da seguire. Curioso escamotage utilizzato dagli escursionisti per sopperire alla mancanza di indicazioni ufficiali e, soprattutto, testimonianza del nostro passaggio su quella terra così vitale e pura. Quando voler dire “Io sono stato qui” non è presuntuosa affermazione del proprio ego, ma doveroso tributo a un luogo naturalmente votato ad accogliere e stimolare i nostri pensieri.

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