Hic et Nunc

INCRESPATURE

Viaggio in Nord Europa

Acque nere che sfidano il tiepido calore dell’estate scandinava, mosse da un vento pungente. Con insistenza, il richiamo dei gabbiani si fa largo tra il lento e silenzioso incedere dei tram e le chiacchiere dei passanti. Una ragazza, occhi chiari e lunghi capelli biondi, trascina una piccola valigia blu e si siede su una panchina. Sta aspettando l’autobus per l’aeroporto.

Cambia la scena e l’inquadratura si sposta sulle barche che popolano, numerose, il pittoresco porto di Saltholmen, a ovest della città. Su Göteborg scende il silenzio rassicurante del tramonto, che abbraccia timidamente i palazzi e le strade del centro.
Un dipinto dai colori spenti, eppure, insospettabilmente, vivi.

L’immagine che ritorna più volte è il ricordo del Mare del Nord, di quella enorme distesa d’acqua pronta a inghiottire qualsiasi cosa. Basta questa chiara, indelebile memoria a riportare una casa, un paesaggio, un viaggio intero, al presente. Se non fosse per la piccola discrepanza di tempo e di spazio, crederei davvero di essere ancora lì, a sentire la mia pelle rabbrividire per il freddo e gli occhi inumidirsi per il vento.

Svezia, punta meridionale della penisola scandinava, indubbiamente la più “europea” delle tre nazioni sorelle. Laddove la Norvegia conserva una sua tipicità nordica, gloria e orgoglio per una storia millenaria, e la Finlandia si pone come ultima frontiera continentale prima del grande bianco, la Svezia degli anni 2010 è un melting pot di culture e di popoli, una sintesi quasi surreale di tradizione e globalizzazione.
Le consistenti ondate migratorie degli ultimi quindici anni hanno portato un numero piuttosto alto di migranti nordafricani e mediorientali lungo le sponde scandinave, creando una nuova generazione di svedesi che contrasta con lo stereotipo del vichingo alto, con i capelli biondi e gli occhi cerulei. Questo non è stato certamente un impedimento per la crescita di un paese che, in quanto a civiltà e a integrazione, ha dimostrato di poter indicare la giusta direzione a chi non conosce tolleranza e accoglienza. Il motivo risiede forse in una maggior consapevolezza, in una maggior capacità di cogliere le particolarità individuali, di capire, insomma, i problemi e le esigenze della persona, e non del gruppo. Saper discernere il particolare dall’universale, anche in situazioni delicate come la gestione dei flussi migratori, è senza dubbio uno dei requisiti fondamentali per affrontare una fase di crisi e dirigersi verso un futuro prospero.

Superato il colpo d’occhio, non ci si impiega molto a comprendere i motivi per cui in una grande città come Göteborg si viva in generale armonia, considerate anche le criticità tipiche di ogni ambiente urbano, in Europa. Una città che non dimentica le sue origini, ma che dimostra di dover molto a una certa estetica mitteleuropea, germanica e gotica. E questo debito così peculiare pare emergere soprattutto nei più importanti esempi di architettura sacra. Le numerose chiese presentano infatti, con sorprendente frequenza, quei caratteri che ogni viaggiatore può osservare in edifici simili a Cracovia, Praga o sulle sponde del Baltico.

masthuggskyrkan
La chiesa del quartiere di Masthugget (Masthuggskyrkan) – ph. credit Manuel Pezzali

Mura solide e imponenti che sostengono un edificio in muratura, affiancato da campanili più larghi che alti, con i caratteristici tetti a punta. La chiesa del quartiere di Masthugget (Masthuggskyrkan) è, in questo senso, esemplare: a pochi chilometri dal centro e nelle vicinanze del grande parco cittadino Slottsskogen, l’edificio spicca per imponenza e centralità. Uno splendido complesso color argilla che, dall’esterno, offre una visuale panoramica sul porto, sui lunghi viali e sui quartieri più importanti di Göteborg. Il panorama che si può godere nei dintorni della chiesa ne fa uno dei punti di maggior interesse dal punto di vista turistico.
Situata sulla collina che dà il nome al quartiere, la chiesa ha una storia piuttosto recente: progettata dall’architetto Sigfrid Ericson, è stata costruita nel 1914, secondo il tipico stile romantico che, nella tradizione scandinava, si declina in esplicite reminiscenze dell’epoca aurea dei Vichinghi e del periodo medievale. E di questo richiamo nostalgico alle conquiste del passato si ha traccia non solo nella solida muratura esterna – simile a quella di un monastero -, ma anche e soprattutto negli interni, dove la predominanza del legno si fa evidente. Il tetto, composto da tavole regolari e simmetriche, ricorda, infatti, la struttura dei drakkar, le navi da guerra vichinghe: imbarcazioni lunghe, strette e slanciate, costruite per sorprendere il nemico con rapide virate e inversioni.
E questa chiesa, così lungamente cercata, mi ha riportato alla mente le memorie di esperienze precedenti, come quella vissuta a Praga: dalla Torre dell’Orologio al Castello, in un momento, nella mia immaginazione s’è creata una sinergia di forme e di strutture da cui ha preso vita una similitudine più consistente. È singolare come i luoghi, nelle rappresentazioni soggettive che ne facciamo, si mescolino senza criterio apparente, prima di ritornare, in immagini più vive ed intense, a procurarci l’occasione di un pensiero. Così, questa solida chiesa svedese ha aperto, nella mia memoria, una corsia preferenziale per il passato e, senza quasi accorgermene, un’emozione che credevo sopita.

Torniamo alle acque nere che bagnano la penisola scandinava. Per i nostri occhi, abituati a limpide trasparenze, ad immersioni tiepide e rilassanti, le increspature di questo gelido, scuro mare del Nord devono sembrare inusuali, finanche minacciose. Un colore che appesantisce questa enorme massa d’acqua e che fa presagire risvolti ben più preoccupanti quando le condizioni atmosferiche peggiorano. Eppure, tra la penisola e il mare, riposano, placide, alcune piccole distese di terra che sembrano non curarsi del caos che si muove, incontrollabile, proprio di fronte a loro. Oasi di serenità, oltre il tempo, sono le isolette dell’arcipelago meridionale di Göteborg.

Al di là di nomi bizzarri e pronunce complicate, tutto, in queste piccole riserve di natura e tradizione, sembra votato alla semplicità: una storia essenziale, raccontata, in prima persona, dalle attività di chi le popola – pesca e allevamento, in maggior parte. Il racconto si intreccia con le impressioni di chi, su queste isole, si reca, di tanto in tanto, per passare un weekend in solitudine, cercando riparo dalla frenesia urbana. Quella ripetitività di azioni e di momenti che, iscrivendosi nell’abitudinario scorrere delle giornate, intacca la vitalità delle persone, rendendole prevedibili, noiose, a tratti apatiche.
E se proprio dobbiamo trovare un difetto a questa mentalità scandinava che ci appare così lontana e, al tempo stesso, invidiabile, lo possiamo trovare, forse, nella mancanza di empatia e di quella joie de vivre a cui noi, figli del Mediterraneo e delle sue acque calde, ci crediamo più abituati. Resta il fatto che il ritiro solitario in questi piccoli idilli, pur non facilitando relazioni empatiche, trova una sua più che sufficiente giustificazione nella possibilità di ristabilire un contatto originario – e per questo “vitale” – con la natura.

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Villaggio sull’isola di Vrångö – ph. credit Manuel Pezzali

Delle oltre venti isole che compongono l’arcipelago meridionale di Göteborg, Vrångö è senza dubbio quella più affascinante, grazie alle sue riserve naturali e ai pittoreschi villaggi che sorgono a pochi passi da splendide baie, insenature e spiagge. Un piccolo affresco che mostra la routine di una comunità composta da 380 anime, la cui giornata si divide tra città e isola, in un vivace andirivieni sui traghetti della linea 281. Passeggeri abituali di una quotidianità pacifica, gli abitanti di Vrångö sono, perlopiù, pescatori: sono ben sei, infatti, le “fishing boat” attive, che dalle acque al largo dell’isola, trasportano il pesce direttamente sui banchi dei mercati ittici della città.
Tra questi, spicca il mercato di Feskekörka, “la chiesa del pesce”, così chiamato perché ricavato all’interno di un edificio che ricorda l’architettura sacra del periodo gotico, con muri in pietra, archi a sesto acuto e ampie vetrate. Realizzato nel 1874 per opera dell’architetto Viktor Von Gegerfelt, il mercato sorge a pochi passi dal centro di Göteborg e, nel tempo, è diventato un punto di riferimento imprescindibile per tutti gli amanti del pesce. Granchi, gamberi, anguille, merluzzi, salmoni, aringhe sono solo alcune delle specie marine che è possibile trovare tra i banchi del mercato o direttamente assaporare nei due ristoranti presenti all’interno di questo “santuario ittico”.

La città e il suo arcipelago sono una delizia per i sensi. Sapori e profumi forti che accompagnano colori, impressioni e il silenzio dell’imbrunire. Quando il sole si riposa, lasciandosi abbracciare dalle nuvole, e inizia a scomparire sotto l’orizzonte, il cielo si colora di rosso, attenuato solamente dal riflesso scuro del mare. Dal promontorio dell’isola di Asperö, si vedono ancora le distese erbose e le rocce di Rivö, un minuscolo pezzo di terra disabitata, utilizzata dagli isolani per allevare e portare al pascolo i propri animali, cavalli e pecore soprattutto.

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L’isola privata di Rivö  – ph. credit Manuel Pezzali

Circondata dalla civiltà, Rivö dà l’impressione di essere l’ultima barricata di un mondo allo stato bravo che resiste alla mano dell’uomo. Persino quella casetta sulla riva sembra essere lì dall’alba dei tempi, come se non fosse stato un qualche pescatore o pastore a costruirla, ma fosse stata la natura stessa a metterla lì, a rendere più familiare quell’ambiente.
Ed è proprio questa incredibile familiarità tra ambiente naturale e presenza umana che, in una realtà votata a un’industrializzazione che ingloba e assimila tutte le particolarità, stupisce e incanta. La Svezia vive di questo contrasto e, pur cedendo inevitabilmente al progresso, conserva le proprie radici, facendone il tratto più rappresentativo di una peculiarità a cui non può rinunciare.

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